ci sono sentimenti e stati d’animo

comments 29
L'Alieno
IT-LO077WWAO95SIT-1-catalog

Ci sono sentimenti e stati d’animo difficili da razionalizzare quindi complessi da trasmettere.

Immaginavo che il rientro alla tana, dopo gli ultimi mesi di guerre contro malattie, medici e paventate rivoluzioni, sarebbe stato un momento particolare. E lo è ma senza i fantasticati clamori di gioia estrema o di lacrime liberatorie.

Non provo alcun sentimento voluminoso ma solo impercettibili sensazioni che, sommate, creano uno stato d’animo mai provato fin d’ora.

Rivedere gli Amici che vivono in questa isola, coloro con cui ho condiviso anni luminosi di realizzazioni e che mi hanno seguita in questo ultimo percorso invernale con ripetute telefonate e invii di immagini della terra che amo, giocare nuovamente assieme in progetti dal limpido futuro, mi rasserena.

Percepire l’energia degli elementi m’inebria e porta lontano i pensieri rendendoli sfuggenti; godere della casa, delle lenzuola dal sapore di sole, dei libri sparsi ogni dove come genuini alleati immuni da alcuna slealtà, rinnova un senso di protezione oramai smarrito da troppo tempo.

Il profondo senso di appartenenza a questo luogo si rinnova man mano che le ore trascorrono e mi ritrovo colma di me stessa, appagata.

Ma qualcosa è profondamente diverso. Sono comunque lontana.

Swimming Hole“Swimming Hole” di Allan Teger

C’è la nuova me.

La mente e il cuore si sviano in pensieri sfocati, così ampi da lasciarmi quasi sgomenta, immobile. Pensieri che conducono alla consapevolezza che tutto è cambiato nonostante nulla appaia diverso. Resto immobile, statica in copiosi pensieri.

La spossatezza che governa qualunque risoluzione, anche la più semplice. Arriva a tradimento, l’estenuazione provocata dalla terapia oncologica, e ha il sopravvento sul desiderio e l’ostinazione nel proseguire ciò che ho deciso di intraprendere. Fatica, tanta fatica. Non riesco a esprimerla a parole e ciò mi sfinisce ulteriormente. Resto immobile, lontana, come assente e guardo il mondo attraverso occhiali specchiati. Immobile.

Spossatezza. Sono diversa, sono semplicemente diversa da un anno fa e il mio corpo così sinuoso e femminile continua a ripeterlo e ripeterlo e ripeterlo senza mai smettere. Vorrei tacesse.

Pensieri sfocati che sfociano in una malinconia vaga, strisciante, per la perduta leggerezza del concetto di futuro. Futuro precario, quello di questo presente.

Non mi soffermo a pensarci ma capita che lo sguardo colmo di affetto di qualcuno a me vicino susciti l’irrefrenabile desiderio di creare ricordi, di vivere intensamente perché oggi potrebbe essere l’ultima occasione, l’ultima volta in cui si può sul serio creare un momento speciale, il ricordo che ti accompagnerà poi. Mi paralizza questo nuovo sentimento di cui ho letto in filosofi, scrittori e sceneggiatori perché ho la consapevolezza che, oggi, il futuro non è più un concetto ma un precario e affamato senso del presente. Il futuro.

« Piano piano passa tutto. » mi sussurrano gli Amici. E io vorrei urlare colma di lacrime.

elena-vizerskaya-self-portrait-

“Self portrait” di Elena Vizerskaya

protezioni solari

comments 28
Pensieri e considerazioni
costume-da-bagno-2012-h-m-1-1L89

« Ciao Mà, sono arrivata. »

« Il tempo? »

« Mare a montagne, ponente in polvere e freddo. »

« Attenta a prendere il sole … »

« … lo so, Mà, mi metto le protezioni … »

« … macché protezioni, non prenderne troppo che ti crescono le tette. »

« E questa novità? »

« Io sono aumentata di quasi una taglia in una settimana. »


 

mafalda_09_672-458_resize

 

cicatrice

comments 28
L'Alieno
BkaZQ6BCYAApnqM.jpg-large
Premessa
Le immagini di questo post sono reali e possono turbare. Fanno parte dell’iniziativa The Scar Project promossa e realizzata dal fotografo David Jay e riguardano donne e uomini ammalati di cancro alla mammella.


« La tua cicatrice appartiene a tutti noi. Non è tua. »

1376917181_SCAR-13

A un estraneo i dialoghi fra me e Silvia possono apparire una frenetica e illogica alternanza fra battute, risate, freddure, pianificazioni e profonde riflessioni non logicamente connesse. Simultaneamente parliamo di argomenti vari mantenendo comunque una consequenzialità concettuale tutt’altro che casuale e i dialoghi proseguono con frequenti interruzioni e riprese arricchendosi man mano di sottintesi.

In realtà è un tenersi reciprocamente per mano nell’attraversare la quotidianità consapevoli di essere persone dalle intelligenze, gusti, sensibilità e necessità affini. E di affine c’è per noi la dimensione in cui il cancro proietta. Si tratta di una prospettiva, di un modo di vedere le contingenze della vita e di affrontare l’instabile pianificazione del futuro così particolari da esser difficilmente trasmesse a chi non ha mai direttamente o indirettamente esperito il cancro.

Ieri, nel corso di una pigra domenica dedicata alla preparazione di vacanziere valige, ci siamo concesse ore di divagazioni fra abiti, costumi e gelati. Mentre riflettevamo sul necessario rinnovamento del guardaroba estivo dovuto alle mie nuove, morbidissime forme in seguito all’intervento ricostruttivo e agli effetti della terapia ormonale, le ho detto che provo disagio nell’indossare certi capi che rivelano la mastectomia. Il seno, si sa, ha per tutti, donne e uomini, valenze e significati profondi. Vederlo violato può turbare.

65e8ccf7e70dbdb69c894e48de18a0e3

L’imbarazzo è per lo smarrimento provocato agli altri alla eventuale vista, seppur velata, della cicatrice attraverso un indumento poco coprente. Devo chiarire subito, e ci tengo, che sono orgogliosa del suo percorso così lineare che va dall’ascella al capezzolo; per me non è il simbolo deturpante di una violata femminilità, anzi, la considero un nobile testimone di vita e di esperienza. Ha il valore e il fascino di una ruga che rivela al mondo qualcosa di te e della persona che sei. Lungi comunque da me ostentare alcunché e ciò nel rispetto della sensibilità altrui.

« Fregatene! » mi dice Silvia assaporando un bel cucchiaio di gelato alla ricotta e fichi. « La tua cicatrice appartiene a tutti noi. Non è tua. Quindi anche se dovessero vederla poco male, si renderanno conto che è anche loro; la tua cicatrice è mia, e di quel signore là, è di tutti perché il cancro appartiene a tutti noi. Non è una diversità e nessuno ne è esente. Domani mattina penso di andare in ufficio in macchina. »

004-p6180848-edit

« Se vai in macchina metti le chanelline nuove, ti stanno daddio. Devo stampare il biglietto del traghetto, spero di non dimenticarmene; lo faccio dopo aver pranzato con Fabrizio. Hai ragione, Silvy, devo stare meno attenta agli altri. In fondo detesto il nostro modo ipocrita di considerare tutte le malattie come tabù. Turbarsi o meno, si tratta di Vita. Buono sto croccantino di pistacchio. »

La riflessione, in realtà, è molto ampia. Credo sia necessario che si smetta, nel nostro Paese, di pensare che il cancro e le malattie genetiche o rare riguardino gli altri. Mi disturba e avvilisce il continuo constatare che si promuovono iniziative la cui comunicazione riduce, per esempio, il cancro al seno al simbolo di un fiocchetto rosa, di una parrucca rosa, di magliette rosa o che si usino slogan tipo “corri che ti passa”. Non passa nulla e tutti siamo esposti. Questa è la verità.

1376917240_SCAR-23

L’Alieno, inteso come malattia, non è altro da noi, fa parte della Vita e, a conoscerlo da vicino, non è gentile. Non possiamo adagiarci nella gentile ipocrisia di gentili ricerche di fondi per gentili ricercatori concentrati nella gentile sconfitta di malattie che non solo turbano gli animi ma che condizionano la vita di coloro che più amiamo oltre alla nostra esistenza.

Di gentile non c’è nulla. E chi vive tale esperienza, da paziente o da medico, lo sa benissimo.

002-p5220578-edit

Non reputo sia necessario ostentare ma nemmeno sminuire un aspetto della vita che appartiene a tutti noi. Mi ricordo l’atteggiamento che avevo fino a un anno fa quando nemmeno ricordavo il mio gruppo sanguigno poiché sana e sportiva. Le malattie capitavano agli altri e poco mi curavo dei fantasmi del secolo.

Oggi no, oggi è diverso. Credo che nessuno sappia che agli ammalati e ai sopravvissuti di malattie come le leucemie è proposto di far parte di ricerche scientifiche. A queste persone viene chiesto di donare sangue e midollo alla ricerca vòlta a svelare i tanti misteri della trasformazione del sangue. A coloro che invece si trovano sconfitti dalle terapie in uso, chiedono di entrare in protocolli di sperimentazione farmacologica.

Immaginare cosa si provi nel donare frammenti del proprio corpo o nell’accettare di far parte di sperimentazioni senza sapere se servirà e soprattutto se ci si salverà, credo possa essere un buon esercizio di immedesimazione.

Accettare di far parte di un disegno più grande della nostra paura significa ammettere profondamente che l’argomento riguarda tutti.

SCAR-17

La mia cicatrice quindi appartiene a tutti, non è mia.

In ciò Silvia ha ragione.


the scar Project

cliccare l’immagine per conoscere The Scar Project

la pallina pelosa rotola e rotola allegramente

comments 14
Pensieri e considerazioni
images-4

I più pericolosi dei nostri pregiudizi regnano in noi contro noi stessi. Dissiparli è ingegno.

(Hugo Von Hofmannsthal, Il libro degli amici, 1922)


Ore 20, un giorno qualunque di un luglio in città.

Io, Silvia, tre ragazzi che lavorano nella pizzeria accanto a casa, una ragazza che non conosco e Beba il cane. In sette, sul marciapiede, a giocare a calcio con la pallina da tennis.

Tiri brevi perché il vero divertimento è vedere come Beba si destreggia nel rincorrere la pallina passandola prima all’uno poi all’altro. Ammetto un intimo orgoglio nel mostrare le doti atletiche di Beba; più volte mi son detta che deve esser la reincarnazione di un ragazzetto sportivo perché se la cava in tutte le discipline. Calcio, frisbee, nuoto, pesca in apnea di stelle marine, trekking, sci sui sacchetti della spazzatura i suoi preferiti.

Ma non è di questo che voglio raccontare.

Torniamo al marciapiede e a noi sette che giochiamo con la pallina gialla. Ridiamo mentre il cane salta e gira fra i piedi dell’uno e dell’altra. La pallina pelosa, fosforescente nel suo esser nuova, rotola e rotola allegramente fin tanto che Beba la passa a me. Un bel calcio convinto e la fosforescente compie una perfetta ellisse verso il centro della carreggiata.

Un secondo, neanche un attimo in realtà, e le risate si trasformano in un corale NO urlato di stomaco. Contemporaneità di azioni che sembrano svolgersi in momenti eterni: Beba rincorre la palla, io immobile le urlo il FERMA, uno dei ragazzi si proietta in mezzo alla strada a braccia aperte per bloccare le auto, la pallina cade proprio vicino a lui e rimbalza sul cofano di una vettura in frenata, gli altri urlano il prolungato NO di stomaco, Beba si blocca sul ciglio del marciapiede e io la raggiungo abbracciandola.

images

Silenzio.

Il ragazzo torna sul marciapiede con la pallina, le auto riprendono a procedere verso mete altre da noi, Silvia e gli altri immobili, con il volto sbiancato e lo sguardo incredulo, io che accarezzo Beba per rassicurarla. Beba scodinzola e mi annusa il volto.

Non ci diciamo nulla, tutti e sei sospiriamo guardandoci seri l’un l’altro.

« Grazie, Ishak, hai preso la decisione migliore e, soprattutto, sei intervenuto con prontezza. A momenti ti investono, amico mio. Sono stata imprudente, scusa. » gli dico.

« Dovevo fermare le auto, non guardare il cane. » risponde con un sorriso quasi infantile e lo sguardo dolce e orgoglioso.

Ishak che mi ha chiesto di non fargli la foto perché deve andare dal barbiere. Non ha torto!

Beba va a trovare Ishak, Bishoy e Tomasz  ogni volta che usciamo. Ishak e Bishoy sono egiziani e molto più giovani di quanto sembri; il primo è il proprietario della piccola pizzeria d’asporto sotto casa, il secondo il pizzaiolo e Tomasz, polacco, è l’addetto alle consegne. Sono bravi lavoratori, mettono passione in ciò che fanno e sono sempre più che gentili con tutti.

Grazie a Beba e all’affetto che Tomasz ha verso i cani, questo inverno li ho avvicinati sempre più nonostante non sia loro cliente. A dir il vero è Tomasz che mi ha avvicinata. È un ragazzo preparato e intelligente, gentilissimo e sensibile, proiettato verso il futuro con idee semplici e, secondo me, vincenti in un periodo economico così difficile. Sua moglie è un’infermiera, me l’ha presentata, e non vuole andarsene dall’Italia nonostante in Polonia tutto sia più semplice.

Bishyo, Beba e Tomasz

Bishoy, Beba e Tomasz. I tre amigos.

Ishak è onesto, tiene molto alla sua piccola pizzeria, alla qualità degli ingredienti e alla celerità del servizio, parla un italiano stentato ma ciò non gli impedisce di chiacchierare con tutti. Non riesce a trovare casa a Milano perché mi dice che gli egiziani non si comportano bene con gli italiani quindi sono tutti prevenuti; vorrebbe sposarsi con la ragazza, che mi ha presentato a sua volta, e vorrebbero avere subito un figlio.

Bishoy, appena ventenne, è molto timido e lavora tutto il giorno fra il forno e la cucina su retro. Ha il sorriso di chi crede nella meritocrazia e questa lui merita. Beba lo adora.

Due culture tanto lontane, quella egiziana e quella polacca, ed è buffo assistere ai loro dialoghi in italiano. Li ascolto e sorrido degli errori di lessico, a volte mi chiedono di correggerli e lo faccio.

Questo inverno, quando non riuscivo a camminare per più di 100 metri a causa della terapia oncologica, mi hanno aiutata con piccoli e importantissimi gesti offerti quasi per caso. O così mi han fatto credere.

Con la scusa dell’apertura pomeridiana mi hanno chiesto se potevano stare con Beba ma in realtà so che era un pretesto per risparmiarmi il giro pre-serale. Un paio di volte ho chiesto se potevano curare Beba nelle lunghe ore di mia assenza per gli esami e i controlli in ospedale. Non si sono tirati indietro. Mai.

Un paio di anni fa il rione non era contento che gli egiziani aprissero una pizzeria con kebab. Devo dire che anche io non ero proprio contentissima. Oggi Ishak, Bishoy e Tomasz sono apprezzati da tutti. Non di rado di fronte alla pizzeria si formano gruppetti di persone varie, signore, ragazzi, bambini, ragazze, studenti, professionisti, impiegati, professori universitari provenienti da tutta Italia e anche da Paesi lontani come Stati Uniti, Giappone, o vicini come la Germania e così via. Tutti amanti della pizza, del kebab e dei cani. Tutti desiderosi di parlare di altro, che non sia di lavoro e delle solite maschere, e di sorridere di un momento di semplicità.

I più pericolosi dei nostri pregiudizi regnano in noi contro noi stessi. Dissiparli è ingegno.

Nulla di più vero.

eco di donna

comments 13
Pensieri e considerazioni
Casa-Ringhiera

Vivo in una tipica casa di ringhiera milanese e le rade finestre del mio appartamento danno sul cortile di ben tre corti. Tante persone, tante etnie, molta gentilezza. Le case di ringhiera hanno una poesia che fa sentire tutti più vicini, più solidali, più attenti al quotidiano l’un dell’altro. Rare affezioni, queste, in una città come Milano in cui i meneghini han dimenticato le proprie origini.

Ora, proprio in questa prima ora notturna del domani, sento le urla di una giovane donna. Piange e urla in un idioma che non sembra italiano. Non comprendo le parole ma il senso della disperazione s’infrange nelle mie orecchie e quel tono acuto mi fa rabbrividire. Ed ecco lui, la sua voce calma che le incita di stare zitta con un prolungato ssscccchhhh.

Sono una coppia mista, lui italiano e lei, credo, polacca. Sono belli e giovani, forti e luminosi. Quando li incroci percepisci lo spessore della loro passione. E, memore di tanta intensità, li invidi bonariamente.

Ora, proprio ora, urla di giovane donna. E mi chiedo il perché di tanta disperazione. Solo urla, non violenza, urla, solo urla acute e pianto. Piange e lui la incita a stare zitta. Sembra che l’uomo si vergogni di questi cortili così verticali e stretti, sembra s’imbarazzi per la loro eco.

Vorrei dirle che non vale la pena disperarsi, vorrei portarla con me oltre l’eco di queste antiche case, risonanze di tante passate lacrime, per mostrarle ciò per cui vale la pena non disperarsi.

casa_di_ringhiera_Galli

casa di ringhiera oggi

OK (significa Zero Killed, nessun morto)

comments 52
L'Alieno
kiss

Le parole più belle al mondo non sono “Ti amo” ma “È benigno!!”

woody-allen

Woody Allen


 

Il giorno 23/giu/2014, alle ore 19:55,  <pietro.cognome@istitutotumori.mi.it> ha scritto:

RM Ok !!
Un abbraccio
Pietro Cognome del Dottore

ghirigoro

Leggerezza. Un senso di levità in mezzo al petto, proprio lì ove in genere l’angoscia grava con tutto il suo perpetuarsi di ora in ora in ora in ora.

Di ora in ora per settimane. Per mesi. Tempo scandito dall’oltre da te e rubato ai tuoi progetti.

Sono giorni di pensieri ampi e il senso del futuro si è dilatato. Non sento più gli orizzonti limitati al sopraggiungere del domani nel suo semplice scandire le ventiquattro ore. Mi sento vagare in prospettive oramai dimenticate.

Mi scopro perduta nel ritrovare preoccupazioni per faccende di sana quotidianità. Il lavoro che manca, le bollette, le faccende di tutti quindi anche le mie cioè di quella donna che ero fino a nove mesi fa.

Stasera si è conclusa una fase, un periodo che non so ancora come definire e il cui epilogo ho voluto con tutte le forze e la tenacia che possiedo. Mesi in cui l’animo e il corpo sono cambiati; ora sono stanchi, reduci eppur più saldi.

Ma è presto per trovare definizioni che forse non desidero nemmeno.

So che ho trascorso le ore vuote del baratro, ore di rabbia, ore di lacrime. Quelle che poi han smesso di venire e ho scoperto il pianto senza di esse. Il pianto asciutto che ti lascia senza parole. Quel pianto che non sai comunicare perché ti lascia allibita.

Allibita. Muta, sola, rabbiosa e allibita.

Non sono più la donna di nove mesi fa e mi ripeto che è troppo presto per conoscere qualcuno di nuovo, la mia nuova me. Devo fare come con un uomo che mi incuriosisce, piano piano per scorgerne i peggiori pregi e i migliori difetti quindi per iniziare a dialogare divertendomi.

E mi chiedo per quali sconosciuti fantasmi dovrò canticchiare la mia nenia “Be Brave”, sii valoroso nell’aver coraggio; cosa dirò a PePa quando ci abbracceremo nuovamente?

Stasera, con il breve messaggio del radiologo, l’uomo che mi ha dato Lo Schiaffo con amabilità e che mi ha accompagnata verso l’inesorabile amputazione del seno senza comunque abbandonarmi anche quando la sua presenza poteva esser considerata terminata, si è conclusa una fase.

l’Alieno, il cancro, l’osteoporosi, sono sempre qui e stasera so che fanno parte della mia vita come tutte le esperienze che ho voluto, tutti i viaggi, tutte le decisioni affrontate, tutte le persone scelte o abbandonate.

Da stasera l’Alieno dialoga e d’ora in poi si tratterà di una discussione fra pari.

RM (che non significa Roma)

comments 62
L'Alieno
lastra

Il corpo ottuso e le membra perse nel torpore.

949_image_520558

L’udito è l’unico senso ad esser incalzato dallo stridio che a tratti pare un singhiozzo di acuti rantoli meccanici; rumori ridicoli, sembra di esser su una strana nave nella cabina dei poveri, quella proprio sui motori.

E immagini di navigare verso mete lontane magari sul Nautilus in compagnia dei tuoi amici d’infanzia. Torni ai colori di quei giugno di inizio vacanze in cui armavi il tuo Nautilus con sassi e lance di canne per far la guerra con quegli antipatici del villaggio di fronte. Loro non avevano il Nautilus, noi sì e vincevamo sempre. Eravamo bravi a lanciar sassi sulle teste.

Mi ritrovo in mezzo al mare e sento il tepore del sole sul petto e sul ventre; ci sono i miei amici e chiacchieriamo, rilassati. Poi sento la voce di quel ragazzone che mi piace e mi sussurra sogni e assicurazioni di non disertare alcuna promessa. Sprofondo in un ballo a due e assaporo la sensazione di fiducia. Finalmente posso abbandonarmi, affidarmi.

sombras_de_tango_enrico_carpegna_8_1000W

Il respiro accennato e lento, mi sento benissimo sdraiata a pancia in giù. Le braccia stese sopra la testa e il volto girato su un lato. Apro appena l’occhio libero e vedo le pareti strette della mia cabina sul mare. Torno ai miei pensieri. Mi piace girovagare con la memoria.

I motori si fermano e tutto tace. Silenzio.

Silenzio.

Sento il letto muoversi e aumenta il lucore ma non mi interessa, proseguo a dialogare con il mio ragazzone.

« Abbiamo finito, Nin. Tutto bene? Sei stata bravissima. »

Silenzio.

« Nin? Abbiamo finito, ora puoi scendere. »

Silenzio.

« Nin? Ma che fai, dormi? »

Mi rendo conto di esser in ospedale e mi ricordo che oggi sarebbe stato il giorno fatidico della Risonanza Magnetica. Ho lottato un inverno per arrivare a questo esame, ho litigato con un radiologo, ho cambiato oncologo, ho deciso come e quando fare l’ultimo intervento chirurgico e oggi il meritato premio: tornare ad esser padrona del mio corpo.

« Oh cielo! Pensavo di esser in mezzo al mare abbracciata in un appassionato ballo al mio bello! Ora mi fate anche sognare… Ma che pillole mi avete dato? Le vendete in stock o sono illegali? » Rido cercando di ricomporre il triste camice per coprire il mio nuovo décolleté.

L’infermiera e il tecnico ridono con me e mi dicono che mi han dato solo due caramelline di zucchero facendomele passare per tranquillante.

« Allora son messa proprio male, amiche mie! Ho fatto un volo pazzesco, ho immaginato anche di avere un fidanzato affidabile! E la tetta destra come è messa? »

« Te lo diremo settimana prossima, Nin. Ora vai a cambiarti che dobbiamo far volare un’altra. »

Ci abbracciamo augurandoci una buona estate.

posizione per fare la RM al seno, il carrello su cui sei sdraiata arretra per farti entrare completamente nella macchina in più hai una flebo per iniettare il liquido di contrasto

e Madre Natura sussurrò a Padre Tempo

comments 30
L'Alieno / Pensieri e considerazioni
padre e madre

A volte, imprevedibilmente, Madre Natura sussurra a Padre Tempo.

Capita di rado che noi uomini comuni si senta quel sommesso eppur potente sussurro e quando accade l’animo resta attonito, quasi sospeso. Non c’è parola, pensiero, arte, religione, scienza e capacità di alcuno in grado di spiegare la sua magia.

Ed è di una vicenda tutta umana di cui voglio scrivere per cercar di svelare il sussurro che ho percepito.

Ho una una vicina di casa sui trent’anni un po’ schiva, minuta, di incarnato chiarissimo, una ragazza normale. Ha avuto una bimba tre mesi fa. Ieri la incrocio e mi racconta di facezie; per educazione non l’ho interrotta nonostante fossi alquanto annoiata. A un tratto, accenna che è oncologica.

Un brivido lungo la schiena e porgo la domanda diretta. Scopriamo di essere entrambe in cura dallo stesso oncologo. Ci confrontiamo, il nostro linguaggio muta e ci guardiamo profondamente negli occhi con rinnovata empatia. Nel parlocchiare di faccende fra cancherati, mi racconta che ha subito l’asportazione di un’ovaia e di parte dell’utero.

Alchè ho incominciato a perdere il senso del suo discorso cioè non mi tornava la presenza e l’età della bimba. Tre mesi. Temporeggio, un po’ imbarazzata, e porgo meditate domande per cercar di comprendere meglio la cronologia degli eventi.

E mi sorge l’intuizione del sussurro.

dea_madre

Dopo l’intervento di asportazione e successivamente a un anno di chemioterapia e radioterapia a fasi alterne, i medici le sospesero le terapie diradando i controlli. Tutto bene a parte l’esser rimasta sterile.

Al trascorrere di un altro anno speso a raccogliere i cocci della sua anima, è tornata a vita quindi a fare l’amore.

Mi ha raccontato che si ricorda perfettamente la sensazione che qualcosa stava nuovamente cambiando nel suo corpo dopo esser tornata a fare l’amore con il marito con cui per due anni non era più riuscita ad avere alcuna intimità.

« È bastata una volta e sono subito rimasta incinta. »

Madre Natura e Padre Tempo son sposi e, dai tempi dei tempi, la loro unione regola la Vita. Il micro e il macro-cosmo son la casa in cui agiscono sempre in silente accordo. Noi cerchiamo di scoprirne le abitudini, di studiarne le regole, ci sforziamo nel dare un senso alle manifestazioni del loro agire ma siamo sistematicamente sedotti da alcune magie che, a volte, vanificano qualunque conquistata certezza. Alcuni di noi chiamano tali magie misteri.

Padre Tempo sopraffatto da Amore, Speranza e Bellezza – Simon Vouet 1627


 Per un po’ di poesia “Madre Terra” dei Tazenda

durata: quattro minuti

http://www.youtube.com/watch?v=LRoJPRjm3AY

Per un po’ di ironia una vignetta su Madre Natura e Padre Tempo in un tipico momento fra sposi

Moth Nat & Fath Ti

di cani, musica, risvegli e di un’ostrica con le braccia

comments 20
Pensieri e considerazioni
ostrica

Prendo nuovamente spunto da uno stuzzicante “invito” dell’incontenibile amica di matita Deborah Donato e, visto che sono in vena di injocazzimenti, scriverò di un risveglio, di un cane, di una sveglia amante del jazz e di un’ostrica con le braccia.

Invito all’ascolto della sveglia di Nin per iniziare la lettura

La sveglia di Nin “Yellow Dog Blues”

(durata 4 minuti e una manciata di secondi con un Louis Armstrong più classico che mai)

http://www.youtube.com/watch?v=yUMzGS6zz84

bc8


Il corpo dimenticato e una gamba a penzoloni fuori dal letto, mollemente reduce nel reclamare la fittizia frescura.

Un’altra notte abbreviata dall’insonnia. Si ritrovava ancora una volta con quella assai poco virile mascherina fucsia, allegra in piume e sbarlüsc, a coprirgli gli occhi per non esser più svegliato dal lucore del giorno appena fatto.

Simpatica quella mascherina, peccato che lo facesse sudare oltremodo. Svegliandolo.

L’aveva regalata a Francesca per i lunghi viaggi in aereo e, prendendola in giro, l’aveva sfidata a usarla in pubblico. Trecento sguardi attoniti non avrebbero intimidito Francesca, ne era convinto, ma non avevano più organizzato alcuna attraversata in aereo. Francesca, la sua adorabile, stravagante e imprevedibile moglie.

Intuiva che era oramai quasi l’ora di alzarsi ma se ne dimenticò subito. Si abbandonò in convinzioni di marine e marinaresche fantasie persuaso di esser al mare.

Ed ecco il ritornello di “Yellow Dog Blues”, quattro minuti e una manciata di secondi per rientrare nel suo corpo. Però che belli gli anni ’20, ci si vede a vivere là; e che musica!

Stese le braccia sopra la testa per il rituale stiracchiamento mattutino con la convinzione di girarsi subito ad abbracciare Francesca. Ne sentiva il respiro e il calore.

Un dolore sordo e cupo alle mani. Il muro dietro al letto, di cui si era scordato, si ergeva immobile come inesorabile barriera a qualunque proposito, anche all’istintivo stiracchiamento. Dolore sordo alle unghie e ai polpastrelli ma fa niente.

Con la mascherina ancora calzata sugli occhi, decise di sfruttare al meglio i quattro minuti e poco più della musichetta della sveglia e abbracciare quel corpo così minuto e tondo sdraiato accanto a lui. Pregustava la dolce stretta e il risveglio di sua moglie che, con un’intelligente battuta, lo avrebbe fatto ridere dandogli il buon giorno.

Pelo. Un corpo morbido, sì, ma peloso e bollente.

Non era sua moglie.

caneletto

Berry. Era Berry, il cane di Francesca.

Eh sì, perché non era mai stato il suo cane, Berry; era suo all’anagrafe perché quella palla di ispido pelo maculato l’aveva voluta lui circa due anni prima. Un regalo per se stesso mascherato da dono per sua moglie.

Sarebbe dovuto essere il suo compagno in marinaresche avventure, gite in barca, salvataggi di naufraghi e in nottate a pescare sul peschereccio per turisti di Beppe. Sarebbero dovuti essere i due maschiacci di famiglia, ecco cosa sarebbero dovuti essere, complici in improvvise fughe dalla città.

Berry, un Landseer più simile a una montagna di 98 chili di irriconoscenza che a un fedele e mansueto compagno. Amava solo ed esclusivamente Francesca, ne era tanto geloso da non lasciarla mai. Nemmeno a letto.

Eppure era sempre lui a portarlo fuori, a preoccuparsi per la sua salute, a preparargli quelle puzzolenti sbobbe di carne e riso. Nulla, Berry amava solo Francesca.

Ancora con la mascherina calzata sugli occhi cercò di sovrastare quella massa di peli per raggiungere sua moglie. In fondo, quei quattro minuti e una manciata di secondi erano solo per loro.

Berry.

Berry era bravo solo nel prendere i pescetti nel bagnasciuga delle spiagge, veri trofei per Francesca, a mangiar stelle marine e a scrostar patelle dagli scogli con i denti anteriori. Un mostro, Berry. Sua moglie rideva con amore a ciascuna iniziativa del peloso e il cane ne sentiva l’approvazione. Amandola incondizionatamente a sua volta.

Inutile, aveva troppo caldo per scavalcare il corpo di Berry. Desistette. Si levò la mascherina, i quattro minuti si erano oramai ridotti alla manciata di secondi in più.

Perfino il brano della sveglia, quell’allegro “Yellow Dog Blues” era stato scelto per Berry. Sembrava fosse l’unico ritmo a non suscitare convulsi e ritmati movimenti di coda e zampe.

Un mostro, Berry, amate del jazz. Un cane-jazz che amava scrostare patelle dagli scogli e impuzzare la macchina di cadaveri informi di pescetti-trofeo per Francesca.

Tornò in sé, si rese conto che era un martedì di giugno e che sarebbe dovuto andare in ufficio. Anzi, si disse che doveva portare fuori il cane. Il primo vero, consapevole pensiero della giornata.

« Mmmmmh, bgnmgiorno… stasera ostriche, amore? » sbonffocchiò dolcemente Francesca.

« Solo se hanno le braccia; si mormora che ce ne siano da qualche parte » disse lui sorridendo e scese dal letto.

Landseer4

io e lui

clicca l’immagine per saperne di più di questa razza

quel rustico, villereccio chioschetto

comments 32
Pensieri e considerazioni
CGA-F-005424-0000

Asfalto. Pressato, scuro, liscio, sembra ti accompagni, con fare fosco, a rendere i passi sempre più grevi.

Estate in città.

Il tessuto leggero della gonna si gonfia di un poco e ridi del moto innaturale dell’aria che, con il suo provenire dal basso, solletica le gambe.  Aria calda, umida a risalir il corpo e ti vergogni un po’ dei tuoi piccoli piedi così tondi e stanchi, sorridi con pudore del loro gonfiarsi man mano che si procede per la via.

E’ l’ora del dopocena di chi pranza fra le 19.30 e le 20 che poi domani c’è da fare e si va a letto presto. Ma stasera di dormire non se ne parla, fa troppo caldo. Osservando dalla finestra i lampioni notturni quasi allegri nell’ingannevole gioco con quel gironzolare vorticoso di ali frenetiche, si è deciso di uscire per un’oretta a caccia di frescura.

E finalmente lo vedi quel rustico chioschetto di quartiere. Una promessa di dolce e villereccio intermezzo nell’inerte afa della città. Accanto al grande ombrellone, incongruente riparo per i piccoli tavoli e le disordinate sedie, ecco l’enorme catasta di angurie. Ora la promessa è di sicuro sollievo e di appiccicosa allegria. Pregusti l’enorme fetta di popone in cui affonderai il volto dimentica che sei una signorina di buona famiglia e che hanno tribolato per insegnarti a comportarsi in modo opportuno.

images-5

Rossa, enorme, pesante, succosa, croccante, acquosa, succulenta fetta di anguria. Estate in città.

In ogni slargo di ciascun rione di Porta e Pusterla e nelle ampie piazze dei modernissimi quartieri, c’è un chiosco di poponi e meloni al gelo. Ciascuno con il proprio metodo per renderli freddi al punto giusto. Il gestore, in genere rubicondo e dal sorriso pieno, ti racconta il suo metodo; c’è chi usa “ghiaccio vero” cioè va a prendere circa 250 chili di ghiaccio ogni giorno per le celle ove raffreddare gli enormi frutti e c’è chi rinfresca le angurie in un frigo pieno d’acqua gelata, per far sì che il freddo penetri in profondità. Tutti hanno le angurie migliori della città.

È vero che sono buone queste angurie. Hanno il sapore dolce della campagna mantovana o di quella emiliana e sono enormi, possono pesare anche 90 chili. Più di te.

Nello spazio occupato dal chiosco, così semplice e rustico, dimentichi la città e ti sembra di esser in un paese ove tutti si conoscono e si incontrano a gustare il fresco dei giganteschi frutti. Un breve saluto e quello sguardo di intesa fra persone approdate in un segreto angolo di refrigerio.

Torni a casa con le dita e le guance appiccicose, lo stomaco gonfio di acqua, i piedi oramai afflitti e un gusto tanto dolce nel cuore da farti dimenticare il caldo del cemento.

È un duro lavoro quello dell’ambulante di angurie, dura tre mesi e ti spacchi la schiena giorno e notte. Oggi, nella moderna città dei mercanti e dei commercianti, ne son rimasti forse solo tre di ambulanti delle angurie. Son uomini che proseguono una tradizione famigliare oramai antica e a cui tutti i milanesi, ricchi e poveri, fanno ricorso nelle notti di gran caldo.

Sorrido nel riflettere che, una volta tanto, i meneghini e gli abitanti di Milano, sono tutti uguali al cospetto di una enorme fetta di anguria al gelo.

Milano, 1940 circa

Simpatico brano di quasi quattro minuti “han trovato un milanese a milàn”, da ascoltare mangiando rigorosamente un’allegra fetta di popone.

http://www.youtube.com/watch?v=p9FDeLcc_pw


Nota del 10 giugno 2014

Un grazie all’amico di matita Enrico per la piacevole chiacchiera di oggi e per la condivisione di succosi frutti estivi. Mi piacerebbe scrivesse di freschi ricordi di fanciullo ma mi dice che non può, chissà perché ;-)

 

un mosaico dai 36.422 volti e un paradosso

comments 22
L'Alieno / Pensieri e considerazioni
earth20140425_0_1

La definirei un’esperienza dalle mille e trentaseimilaquattrocentoventidue sfaccettature.

Basta cliccare l’immagine qui sotto, attendere un attimo, e azzardarsi a ingrandirla.

GlobalSelfieMosiac


Al di là dell’iniziativa della NASA, delle riflessioni su una moda e un modo di sentirsi e, forse, di esser globali, non riesco a smettere di pensare alla vertigine che ho provato nel giocare con questa immagine.

Più che di una vertigine forse si tratta di uno smarrimento, quasi uno stordimento. Tante vite, tanti pensieri, tanti momenti, tanti sentimenti.

E ripenso a me stessa sentendomi ancora una volta un nulla dinnanzi a tante umanità.

Ieri ho fatto la visita di accertamento imposto dalla terapia oncologica e mi han detto che va tutto bene a parte una cisti all’utero. A soli sei mesi dall’inizio della cura, dovrò, al prossimo controllo fra altrettanto sei mesi, fare l’esame dei marker tumorali. Significa che sono sotto stretta verifica poiché come effetto collaterale della terapia ormonale mi può comparire il cancro all’utero e la cisti si può trasformare. Nulla di allarmante, assolutamente nulla e non sono preoccupata.

Si chiama “effetto paradosso” di una terapia per cui così come cura la malattia iniziale, tanto procura un’altro malanno.

Un paradosso, appunto. Difficile da digerire. E ho sentito ancora la stessa vertigine, il medesimo smarrimento nel pensare che in fondo non facciamo che rincorrere sempre la nostra unicità urlandola con tutti i mezzi a disposizione. Il rischio è di perderci come smarriti e appiattiti fra 36.422 volti e un paradosso.

Non è un pensiero negativo, questo. Ha un senso perché la forza sta nell’accettare i paradossi e nel cercare di non averne paura. Smarriti per un attimo, sì, ma impauriti no. Noi siamo paradossi, contraddizioni, stravaganze, errori, incoerenze e la Vita è tutto ciò. I paradossi sono in un certo senso il sale del nostro vivere quotidiano.

Difficile da digerire, lo so.

 

 

 

libera nos a malo

comments 4
Pensieri e considerazioni
Libera nos a malo from Maddalena Altiero

ninjalaspia:

Una sorpresa!
Sono e resto senza parole. Ho solo un “grazie” che mi frulla in testa.

Oggi ho avuto una breve corrispondenza con Aldo Ricci che desidero riportare poiché, in un certo senso, “coraggiosa”. Il suo coraggio e il mio di avere un dialogo semplice eppur profondo. Raro.

Il giorno 07/giu/2014, alle ore 16:30, Aldo Ricci ha scritto:

Sono rimasto letteralmente esterrefatto per il contenuto, il distacco e il coraggio dimostrati nella presentazione del suo blog. Altre (mie) parole sarebbero del tutto inutili. Molti cari saluti. Aldo Ricci

Il giorno 07/giu/2014, alle ore 20.09, ninjalaspia ha scritto:

Grazie Aldo. Sul serio. Mi lusinga abbia letto i miei incroci di lettere e parole.

Non si tratta di coraggio ma solo di riflettere su una situazione in cui ci si può trovare inaspettatamente e su cui ci sono sempre molti tabù.
Il blog e i tanti “amici di matita” aiutano a condividere un percorso estremamente lungo, complesso e dalle mille sfumature altrimenti poco condivisibili. Il mio blog è uno spaccato di vita come tanti in cui cerco di parlare di tutto fra cui anche dell’esperienza cancro.
E-mail come la sua sono lo strumento del coraggio di chi non teme i fantasmi che la “malattia del secolo” porta con sé. Grazie.
Un caro, carissimo saluto
Nin =)

Originally posted on aldo ricci blog:

Libera nos a malo from Maddalena Altiero

Libera nos a malo from Maddalena Altiero

Di seguito e più che volentieri riproduciamo la presentazione del blog Ninjalaspia assieme a un suo post, assieme ai sensi della nostra massima stima & considerazione, non foss’altro perché, dopo un’assolta ma tediosa giornata alle prese con i sintomi della depressione, questo scritto di Ninja, oltre a farcela subito passare, ci ha restituito, se non proprio a la joie de vivrepas possible in un ex paese prossimo alla fine come questo – almeno a la vie tout court.

Inizio con la definizione di Ninja: termine giapponese che indica una spia del Giappone feudale (dal 1185 al 1868 circa). E, come una spia, desidero parlar di tutto, spiare il mondo intero, comunicarlo con curiosità e indomita fame di conoscenza.

Dò quindi benvenuto a chiunque voglia far parte di una personalissima rete di “intelligence” del mondo, agli entusiasti, agli indomiti della…

View original 268 altre parole

CANCRO AL SENO: #breastunit. Firma la petizione e partecipa!

comments 8
L'Alieno
87

Questo post è pubblicato in contemporanea da diverse blogger che hanno avviato un passaparola sul tema del diritto di cura del tumore al seno.

Se desideri aderire, copia e incolla anche tu ed aggiungi il tuo nome in fondo.

Proponiamo di lottare con noi per il diritto a cure di qualità per il tumore al seno.

Fai la tua mossa


 

87

Il coraggio di avere coraggio. Di metterci faccia, cuore e testa. Perché le battaglie più importanti, quelle per la nostra salute, si combattono e si vincono solo così. Come hanno deciso di fare le donne di Europa Donna Italia e di tutte le associazioni di pazienti il 17 giugno a Milano, durante il convegno organizzato in Regione Lombardia dal titolo “Tumore al seno: dalla prevenzione alla cura di qualità. Il ruolo del volontariato“,indossando una parrucca rosa per promuovere un’azione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e delle autorità sanitarie verso un obiettivo prioritario:

realizzare entro il 2016 l’organizzazione dei centri di senologia in Breast Units certificate: almeno una ogni 500.000 abitanti, per un totale di 120 unità in Italia, come dalla richiesta contenuta nella Risoluzione delParlamento Europeo sul Tumore al Seno del 2006 (firma la petizione)

E’ infatti dimostrato da evidenze scientifiche “che il tumore trattato in unità multidisciplinari riduce la mortalità fino al 20% ed evita pellegrinaggi della salute, causa di costi sociali e familiari” (Corrado Tinterri, attuale Coordinatore del Comitato Scientifico di Europa Donna Italia).

In Italia, la situazione non è rosea: come ha rilevato la Senatrice Laura Bianconi in occasione della presentazione in Senato della mozione n.399 sul tumore al seno “Dai dati presentati il 14 marzo dall’associazione Europa Donna, relativi ad una ricerca ISPO, si evince che l’84% del campione intervistato ritiene che di fronte alla malattia bisogna sperare di essere fortunati, poiché non sempre ci si imbatte in strutture e medici competenti.  Grazie anche al lavoro attivo di movimenti ed associazioni di pazienti, fra cui Europa Donna Italia, il 5 aprile 2011 il Senato ha approvato all’unanimità la Mozione n. 399 sul tumore al seno, che impegna il Governo a vigilare perché le Regioni, competenti in materia, attuino le direttive europee,tuttavia siamo ancora in attesa dell’attuazione di un decreto legge che da tempo ormai è all’approvazione, ma che non è ancora stato annunciato.

Per questo Europa Donna Italia, il movimento che difende i diritti delle donne nella prevenzione e cura del tumore al seno presso le istituzioni, riunisce più di 50 associazioni di pazienti e dà voce a più di 50.000 donne, vi chiede di indossare il 17 giugno un capo di colore ROSA e di essere con noi in piazza Duca d’Aosta, a Milano, alle ore 13:00 per una manifestazione silenziosa, che prenda idealmente d’assedio con una catena umana il palazzo della Regione. Le donne delle associazioni di pazienti presenti al convegno indosseranno tutte una parrucca rosa.

Ci auguriamo che anche il Ministro Lorenzin aderisca al nostro invito e indossi quel giorno, per solidarietà, la parrucca rosa di Europa Donna, simbolo di una malattia che può prestoavere un futuro rosa e di serenità.

Alla stessa ora, sulla rete partirà un twitmob in cui @edonnaitalia, i blogger e chi vorrà aderire testimonieranno l’adesione alla manifestazione con un selfie in rosa e gli hashtag #breastunit e #dirittodicura

@luigiatauro (membro del Consiglio Direttivo di Europa Donna Italia);

@EDonnaItalia      sito web

@sabrarola      blog

@donneviola      blog

@didiluce      blog

@albertaferrari      blog su L’Espresso      pagina facebook

@espressonline      pagina facebook

@wondy74      blog su Vanity Fair      pagina facebook

@AIEDRoma      pagina facebook

Lorella Zanardo      Il corpo delle donne

@sforzasimona    blog

@DRepubblicait      sito web SaluteSeno.it

@mammeonline      blog

@afroditeKinfo      blog

@anarkikka      pagina facebook

@fondaz_Veronesi     sito web

Danila Bozzolan      blog

liquida.it      sito web

@lapaperina71      blog

FNP CISL Vicenza      sito web

Marina Terragni      pagina facebook

Iosempredonna      pagina facebook

Tumore al Seno      gruppo facebook

Tumore al seno e gli uomini gruppo facebook

@politicadonna

@ginidonnalab

@liaceli

@isabelleadriani

Emma Morrone Official Forum     pagina facebook

@LaCris297      sito web

@TamaraDona5      pagina facebook

@giorgia_vezzoli      blog

Luciana Savarese      pagina facebook

Pari Opportunità RAI Milano      pagina facebook

Healthdesk      sito web

Marina Senesi     pagina facebook

SOS Donna      pagina facebook

Dorina Macchi      pagina facebook

@ninjalaspia  blog  breastunit Firma la petizione e partecipa!

 

boo!

comments 5
Pensieri e considerazioni
boo2

Da una riflessione con l’arguta, simpaticissima e saggia amica di matita Deborah Donato a proposito di fantasmi-hobbit e insonnia.

Ne approfitto per ringraziarla per le intelligenti risate che dona con i suoi post e per aver dato il La alle righe che seguono e su cui rifletto da un po’ di tempo.

sallyfilosofitv


Si ritrovò in sé e il vuoto nel petto.

Rimase lì, avvolto nel tepore delle lenzuola con la memoria digiuna di pensieri. Nessun sogno a turbarlo, nessun disagio del corpo, nessuna inquietudine. Rimase lì e, oramai inesorabilmente in sé, sbuffò.

Sveglio. Le membra ancora dimenticate, silenzio ovunque e, attraverso le palpebre, quel lucore a fargli intendere il crepuscolo.

Sveglio. Ma incredulo.

Aprì l’occhio destro, quello meno miope, per rintracciare i segni rivelatori della veglia e la luce incolore nella stanza confermò l’anormale brevità del suo sonno.

La chiamano insonnia e va di moda attribuirla a stati di depressione. Baggianate. Per lui si trattava solo di una passeggera insofferenza a risolvere menate varie, contingenze che fan parte della vita e poi non si reputava uomo attento alle mode. A parte l’uso delle più sofisticate lenti a contatto reperibili sul mercato.

Ora era decisamente sveglio. Percepì il peso del corpo e si girò sul fianco convinto di prender sonno.

Nulla.

Ed è in quel nulla che comparve il primo fantasma a bisbigliargli nelle tempie. Un maledetto hobbit correva qua e là per la testa e, con i suoi enormi piedi a calpestare l’inerzia della mente, canticchiava un ritornello inquietante. Non lo tollerava, quel fantasma. Canticchiava di tutte quelle costrizioni a cui avrebbe dovuto dedicare la giornata. Un vero spreco di vita. Ed ecco il secondo fantasma a riproporre quel senso di amaro nel cuore quando ci si ritrova esuli per un abbandono d’amore. Amore, ma che amore! Lo aveva lasciato e lui non poteva immaginarsi senza di lei. Erano oramai quattro anni che aveva deportato il suo cuore lontano da sé privandolo della capacità di amare. E poi il terzo fantasma, la preoccupazione per la salute di sua sorella. Non tollerava l’impotenza di fronte a un’ingiustizia del genere.

Si girò nel letto, oramai ostaggio dell’insana veglia.

Hobbit.

Sono solo fantasmi-hobbit e hanno le gambe corte. Il modo per abbreviare i loro passi e attutire il rumore dei malsani ritornelli c’era. Lo scoprì tempo addietro quando, trovandosi insonne a subire come ora, istintivamente prese il tablet in cui custodiva tutte le sue passioni. Libri, scritti, immagini, musica, audiolibri.

Ed ecco la magia. Usò sempre l’occhio destro per sostenere l’aggressività della luce esangue del piccolo schermo e optò per un classico di cui era arrivato a circa un terzo.

Quella voce, quelle voci, quella musica, quei rumori d’ambiente. Solo loro a comporre il concerto della lettura. La trama, l’interpretazione e la sua mente sempre più abbandonata.

Il tepore delle lenzuola, gli arti prima pesanti poi dimenticati, le immagini del racconto a sostituire il lucore dell’alba e lui tornato bimbo a giocare con il mangiadischi ad ascoltar le fiabe.

Percepì la breve guerriglia dei fantasmi-hobbit ma se ne andarono quasi subito e lui si riaddormentò.

boo

 

 

BE BRAVE (sii valoroso nell’aver coraggio)

comments 41
L'Alieno
be brave

Alcune persone credono che per me il percorso oncologico sia finito con l’ultimo intervento chirurgico.

Si sbagliano.

Cerco ora di chiarire una sfumatura che non posso che definire fondamentale perché vorrei non provare più quel senso di frustrazione nel notare la mia incapacità nel spiegar loro alcuni aspetti dello stato in cui ti proietta il cancro.

Prima di parlare di me, desidero però soffermarmi su uno spot canadese di cui consiglio la visione perché, si sa, le immagini hanno il dono dell’immediatezza e perché ammetto di esser una pubblivora:

durata: un minuto e trenta secondi

http://www.youtube.com/watch?v=MssXFPZR0ZQ

Be brave significa, grossolanamente, esser coraggiosi. L’inglese è una lingua semplice e ostica al contempo e un termine cambia di senso a seconda del contesto, più che nella nostra lingua; in questa pubblicità credo abbia il senso di esser valorosi nell’aver coraggio.

Mi spiego meglio. Ciascuno di noi, nell’arco della vita, affronta situazioni di difficoltà che comportano una presa di coscienza dei limiti che molte volte ci imponiamo con timori in realtà privi di sostanza.

Cosa significa esser quindi coraggiosi? Secondo me semplicemente avere la capacità di affrontare emozioni come la paura, la tristezza, l’ansia e la confusione.

Ecco, questi sentimenti diventano vere e proprie dimensioni in cui ti proietta il cancro e tutte le malattie croniche che impongono al tuo corpo alcuni sostanziali cambiamenti. Tali emozioni non ti lasciano, scorrono con te, sono nella tua vita.

Paura. Tristezza. Ansia. Confusione.

E cosa significa esser valorosi? Per me è il non permettere a queste emozioni di avere l’ultima parola determinando la mia vita.

large

Il cancro porta in sé non solo il fantasma della morte e la consapevolezza della nostra precarietà, bensì una serie di cambiamenti dell’animo e del corpo tali per cui si crea un confine fra il prima e il dopo.

Prima non hai alcun sintomo, stai bene e ti senti stupendamente in forma a far progetti a lungo termine; dopo Lo Schiaffo devi convincerti che sei un malato a cui la ASL dà l’esenzione ticket. Lo Stato ti considera grave e i tuoi orizzonti si accorciano fino ad avere l’estensione di un giorno. Quando poi ti ritrovi sulla soglia di una sala operatoria, il tuo orizzonte si riduce a minuti e sai che quando, e se, ne uscirai non sarai mai più lo stesso. Nel fisico, nei sensi e nell’anima.

Per guarire dalla malattia, nonostante ti senta bene e in forma, sei obbligato a convivere con vere e proprie contraddizioni. Per esempio, prima prendevi una medicina per risolvere un malessere, dopo prendi alcune medicine il cui effetto ha come conseguenza altre malattie e notevoli malesseri.

Non c’è cura oncologica che non abbia implicazioni gravi per il corpo. Nel mio caso, la semplice cura ormonale comporta un alto rischio di cancro all’utero, una notevole probabilità di avere un ictus e così via passando attraverso l’embolia polmonare e la trombosi venosa profonda. Non è certo che tutte queste sfortune capitino proprio a te ma venerdì prossimo, a sei mesi dall’inizio della terapia, mi controlleranno l’utero. Non sia mai che…

Così è anche per l’osteoporosi per cui per rinforzare le vertebre devo rischiare la necrosi alla mandibola.

E sto citando semplici terapie, quelle considerate meno gravose per il fisico.

be brave 1

 

Credo sia semplice immaginare il guazzabuglio di sentimenti che si prova quando guardi le pillole che non sai se in realtà ti salveranno ma che di sicuro ti fanno sentire quel senso di precarietà in tutti i pori. Il coraggio è nell’ammettere che sei malato e il valore nell’accettare la terapia perseverando nel deglutire quelle pillole.

Ci sono poi altri piccoli limiti che tocchi con mano quotidianamente. La spossatezza, la difficoltà di concentrazione, il corpo che cambia forma. Sto citando sempre piccoli effetti collaterali, scempiaggini. Fin tanto che non condizionano tutti i tuoi giorni e così sarà almeno per i prossimi cinque anni.

be brave 2

Non ho ancora citato i profondi cambiamenti dell’anima. Sai che non sei più la persona di prima, hai una scala di valori differente, hai una tolleranza differente e un senso del tempo anche lui differente.

Differisci ma non in meglio o in peggio, semplicemente sei diverso. Ci vuole tempo per individuare i cambiamenti dell’anima. Molto tempo e non basta un intervento chirurgico a cancellarli o a renderti consapevole.

Hai una sensibilità acuita per cui tutto è più saporito e colorato. Sorridi molto facilmente e ti ritrovi a guardare profondamente negli occhi il tuo interlocutore. Ne intuisci l’anima. Percepisci la potenza e la libertà della conoscenza, ne hai sempre più fame e ti ritrovi ad esser più realistico. Selezioni e sai che non sarai mai più ipocrita con te stesso.

Sei obbligato ad avere molta più pazienza perché le tue scadenze sono con quelle degli esami e dei controlli. Trascorri ore e ore a coordinare tante persone, tecnici, medici, appuntamenti. Diventi paziente. Pazienti perché non puoi più fare programmi a lungo termine e hai valore perché li fai comunque.

Nel mio caso indubbiamente l’intervento plastico dello scorso 6 maggio ha determinato il passaggio a un’altra fase del percorso con l’Alieno. Resta il prima e il dopo, le conseguenze fisiche della mastectomia e delle terapie ma soprattutto il presente e questo istante in cui desidero che alcuni abbiano il coraggio di ammettere la paura nell’accettare la nostra precarietà.

Non c’è nulla di male nel riconoscere che si ha paura. Il solo coraggio di ammettere dona valore ai nostri giorni e rivela i limiti che imponiamo a noi stessi con timori e fantasmi in realtà privi di sostanza.

0000782550_10

1909 Circolo Polare Artico (racconto per mio diletto ed, eventualmente, per chi ha molta pazienza)

comments 22
100 anni o giù di lì
nearestpolenarra00pear_0443

Noi siamo coloro che hanno accarezzato la nostra anima al di là di qualunque pregiudizio.

In quel 1909 terminò un periodo di audacia e luce la cui lunga ombra, oggi più che mai, colma di riflessioni il mio vecchio cuore. In questo taccuino spero di rendere onore a quegli uomini e donne la cui grazia ha abbattuto tutti i confini.

Marie Ahnighito Peary Stafford

000014_5939751j1931qde7ju5463_C_96x128

Marie Ahnighito Peary Stafford (12.09.1893 – 16.04.1978)


Ahnighito. Il nome del mio cuore.

Lo stesso cuore che fu avvolto da un un abito di pellicce non appena le mie dimensioni permisero a una madre inuit di imbastirne uno. Fino ad allora le donne, gli uomini e bambini con cui condividevamo i lunghi freddi e le ombre del Circolo Polare Artico mi chiamavano Ah-Poo-Mik-A-Ninny cioè “bimba di neve”.

Ahnighito

Il colore candido della mia pelle e i fini capelli biondi erano per queste genti minute, dai tratti scuri e dai volti gentili e larghi come le loro anime, motivo di meraviglia e quindi di tenero affetto.

Non c’era giorno in cui non donassero a mia madre oggetti e sorrisi per il cucciolo di cui volevano solo vedere gli occhi azzurri e baciare le piccole braccia così chiare da lasciar stupiti.

Per i primi mesi della mia lunga vita e in onore al calore degli inuit, mia madre mi chiamò quindi Snowbaby.

Ah-Poo-Mik-A-Ninny o “la bimba di neve”, coccolata da una donna inuit

Ma non è di me stessa che desidero narrare.

Sono trascorsi poco meno di settant’anni da quel 1909 in cui, solo sedicenne, cominciai a comprendere l’eccezionalità delle persone che contribuirono a rendere straordinario il nostro vivere. Oggi posso sostenere che fummo tutti precursori inconsapevoli di tempi e costumi e, quindi, di un modo di esser paghi di noi stessi.

Ci sentivamo realizzati e privi della tanto moderna arroganza nel definire e propugnare tale termine. Le nostre esistenze erano in tacita sintonia l’una con l’altra, senza porci troppe domande.

Mappa delle spedizioni di Peary dal 1892 al 1909

In quel lontano aprile del 1909 mio padre, l’Ammiraglio Robert Edwin Peary, assieme a zio Miy Paluk, a quattro eschimesi e a quaranta cani da slitta, raggiunsero il Polo Nord.

Una conquista che determinò il destino di tante vite, le nostre e quelle dei molti che con garbo e genuinità non posero limiti all’incontro fra tradizioni e culture differenti.

Il tutto iniziò circa vent’anni prima in un caldo maggio al porto di Brooklyn in cui mio padre e mia madre, Josephine, salparono con la goletta Kite per un viaggio di un anno. Si trattava di una spedizione esplorativa e scientifica e, proprio nel corso di tale attraversata, ebbero origine le controversie e il difficile rapporto fra mio padre e l’uomo che sostenne di aver raggiunto per primo il Polo Nord nel 1908 cioè un anno prima di lui.

Frederick Cook, allora imbarcato come medico della North Greenland Expedition, dissentiva sulla presenza di una coppia di sposi a bordo della Kite e, in particolare, non gli riuscì di dissimulare la disapprovazione per la presenza della prima donna americana a una spedizione in Artico cioè di mia madre. Non ne comprendeva il senso dato che le spedizioni scientifiche e le esplorazioni erano faccende da uomini.

Alcuni dei componenti della North Greenland Expedition, da sinistra: Cook, Henson, Astrup, Verhoeff, Josephine, Peary

Nonostante ciò, Cook si dimostrò medico preparato e illuminato, ottimo esploratore e prezioso collaboratore nel corso di quel lungo 1891.

Il suo pregio maggiore fu quello di intuire la necessità di trovare eschimesi disposti ad affiancare i membri della spedizione durante la loro permanenza in quella terra inclemente. Grazie alla sua intuizione, i miei genitori si avvicinarono alla cultura di un popolo straordinario. Un legame che non smisero mai di coltivare e, a loro modo, di rispettare.

Ancora oggi, intimamente, ritengo sia stato un peccato che mio padre e Cook si siano persi a causa di piccole gelosie proprio agli albori di una vita di spedizioni alla scoperta di quel misterioso mondo in cui il trascorrere del tempo è così inconsuetamente sospeso e noi si è richiamati all’essenza dell’essere.

Non smetto di chiedermi come sarebbe andata se solo fossero stati più indulgenti l’un con l’altro.

Nativi della Groenlandia e alcuni membri dell’equipaggio della Kite

A bordo della Kite c’era anche zio Miy Paluk; a quell’epoca si era imbarcato ufficialmente come cameriere personale dei miei genitori. Era un nero nato libero, rimasto orfano da giovane e assai abile, forte e affidabile. Mio padre lo conobbe qualche anno prima nel corso di una spedizione nella giungla centroamericana e ne apprezzò le doti organizzative e la raffinata intelligenza tanto da proporgli di diventare il suo sottotenente.

Tutti lo conoscono come Matthew Henson ma per me è e resta zio Miy Paluk, come lo chiamarono gli inuit quando lo videro per la prima volta nel 1891.

Il suo nome entrò nella leggenda della storia delle spedizioni statunitensi al Circolo Polare Artico. Definito da mio padre “uomo imprescindibile” senza cui nulla si sarebbe potuto realizzare, zio Miy Paluk fu il primo uomo nero d’America a oltrepassare i confini geografici e umani abbattendo preconcetti e odiosi costumi solo con la forza del suo esser sempre se stesso.

MATTHEW HENSONN_jpg

Ricordo lo sguardo profondo e dolce, la sua compostezza e la fermezza nei modi, la gentile affabilità con cui riusciva a calmare i capricci di bimba e la voce calda con cui accoglieva e rispondeva a tutte le mie domande di giovane signorina.

Senza la presenza e il supporto di Miy Paluk mio padre non avrebbe mai conquistato il Polo Nord, di ciò son certa.

39200_xl

Al di là delle gesta e degli intenti di tanti arditi ed ambiziosi uomini, il nostro vivere è stato così straordinario grazie alla sintonia e all’armonia trasmessaci dai nativi della Groenlandia. In particolare, mi riferisco alle luminose, minute e preziose donne inuit.

Oggi e solo in questi ultimi anni della mia vita, ora che le nostre imprese e battaglie giacciono soffocate dalle ombre dell’oblio che leva stridore alle umane vicissitudini e dona spessore alla Storia, posso finalmente parlare di due eccezionali donne inuit e dei loro figli.

Josephine Diebitsch Peary con una donna inuit e i suoi due figli

Ahlikahsingwah e Akatingwah. Mi era difficile pronunciare i loro nomi ma era semplice stare in loro compagnia; le chiamai Ahli e Akati e di loro ricordo gli ampi sorrisi e l’incondizionata disponibilità a donarli.

Una amò mio padre e l’altra zio Miy Paluk. Quegli uomini venuti da lontano cambiarono i destini di queste minute donne e determinarono quelli dei loro discendenti in un modo tanto differente quanto i loro caratteri e propensioni.

A partire dal 1891 fino al 1909 furono intraprese molte spedizioni verso il Polo e la convivenza con gli inuit divenne sempre più stretta ed essenziale sia per la sopravvivenza sia per la buona riuscita delle missioni. Mio padre si avvalse dell’aiuto degli uomini e delle loro mute di cani per ottimizzare tutti i lavori di preparazione e per le spedizioni stesse e zio Miy Paluk fu il tramite fra lui e gli indigeni.

Peary con una muta di cani da slitta

Fu molto semplice, per noi americani, adattarci agli usi degli inuit.

Questi erano molto uniti fra loro ed avevano un senso della condivisione per noi sorprendente. Gli uomini si portarono appresso figli e mogli e tutti loro resero la quotidianità più semplice in una terra a noi in realtà sconosciuta e avversa.

Peary su una non precisata imbarcazione con alcuni inuit a cui fa dei doni come riconoscimento per la loro collaborazione

Alcune abitudini, però, scandalizzarono mia madre e, fra queste, un paio la misero in imbarazzo. Ad esempio, fra gli eschimesi era uso comune condividere la moglie con i visitatori. Inoltre le donne, quando al riparo negli igloo, avevano l’abitudine di spogliarsi dalla vita in su rimanendo a seno nudo anche davanti ad estranei.

Ala luce di tanta spontaneità, ritengo sia semplice immaginare quanto le due culture, la nostra tanto gerarchica, rigida e organizzata in caste e la loro così essenziale e genuina, trovassero dei punti di incontro che non posso altro che definire distensivi.

In questa atmosfera mio padre conobbe Ahlikahsingwah. Da subito la definì la più bella delle inuit e, nonostante fosse sposata, ne fece la propria concubina. Complice di tale rapporto fu anche la presenza sporadica di mia madre in Groenlandia poichè impegnata negli Stati Uniti nella mia educazione rigorosamente americana e nel reperimento dei fondi per le spedizioni di mio padre.

Ahlikahsingwah fotografata da Peary in una posa considerata scandalosa

Ahlikahsingwah rimase accanto a mio padre per sedici anni e gli diede due figli. Mi piaceva trascorre le giornate con lei e i piccoli Anaukaq e Kali. Con loro tutto era semplice e spontaneo. A quell’epoca non sapevo che erano miei fratelli e tanto meno che Ahli fosse, per gli inuit, la compagna ufficiale dell’Ammiraglio venuto da lontano; in genere a chi è più coinvolto in delicate questioni private è concesso sapere la verità troppo tardi. Così fu per me.

Mio padre, uomo dal fisico imponente e dai modi intransigenti, era noto per la sua professionalità, per il valore militare e per essere un esempio di mascolinità. Fu eccelso esponente e interprete dei suoi tempi. In ciò la sua grandezza e, oggi posso dirlo, il suo limite.

Ammiraglio Robert Edwin Peary

Egli si riferì sempre ai nativi con definizioni oggi rivelatrici di un senso di dominanza che mi procura imbarazzo.

Sì, nonostante abbia amato incondizionatamente mio padre e nonostante abbia dedicato parte della mia vita a onorare le sue imprese, qui posso scrivere che mi si gela il cuore nel riflettere su un aspetto del suo agire che mi lascia avvilita.

Qui e ora posso scriverlo.

Ricordo come fosse ieri la sua risata profonda eppur sonora mentre definiva gli inuit come “i miei eschimesi” o “i miei figli”. Allora non mi era ancora chiaro il tipo di atteggiamento coloniale che sottintendeva a tali definizioni. Leggendo la sua autobiografia, oramai adulta, mi son resa conto dell’iniquità dei modi di mio padre nei riguardi delle donne inuit. E, in fondo, anche di mia madre.

Ammiraglio Robert Edwin Peary

La compagnia femminile delle eschimesi è una necessità“, cito non senza provare brividi, “perché non solo procura soddisfazione ma è necessaria per mantenere in salute sia il fisico sia la mente e per serbare la virilità ai massimi livelli.

Le donne bianche come mia moglie non sono conformi, solo le donne inuit come Ahlikahsingwah sono adatte perché intrinsecamente sfrenate e prive di falsa modestia e timidezza.

Dispensare donne inuit ai membri dei suoi equipaggi era per lui costume a dimostrazione della sua dominanza sia fisica sia mentale sui nativi della Groenlandia. Ciò lo lessi in una biografia a lui dedicata molti anni dopo la sua morte; ne chiesi conferma a zio Miy Paluk e lui, con il suo consueto affabile e sereno modo di fare, mi disse che erano tempi e terre in cui certe cose avevano un ordine diverso.

another_adventure

Non so, forse è proprio così, forse si è trattato di una consuetudine.

Ciò che il mio cuore ricorda sono i momenti di levità e spensieratezza in compagnia di Ahli, le carezze, il cibo da lei preparato, il suo sguardo spontaneo di ragazza e la pacata saggezza di piccola donna. I gesti brevi e materni delle sue minute mani.

Ho saputo poco tempo fa che quando mio padre lasciò la Groenlandia nel 1909 Ahlikahsingwah e i miei fratelli, Anaukaq e Kali, vissero esistenze ai margini della comunità inuit a cui erano invisi perché mezzosangue. Di sicuro un’eredità; hanno subito le conseguenze del comportamento poco rispettoso di mio padre nei confronti della cultura inuit.

Oggi non posso che provare mortificazione e avvilimento e un senso di frustrazione per non aver aperto occhi e anima prima che fosse troppo tardi.

Ahlikahsingwah con Anaukaq, figlio di Peary, e Marie Ahnighito mentre giocano a farsi fotografare

Diverso fu l’amore fra zio Miy Paluk e Akatingwah.

Diverso l’uomo.

Zio era molto amato dagli inuit; fin dalla prima spedizione si distinse per il colore della pelle, assai vicino a quello del popolo locale, e soprattutto per la gentilezza di carattere e la disponibilità. Si immerse totalmente nella cultura dei nativi e fu l’unico a imparare tutte le sfumature della lingua inuktitut dimostrando sempre un rispetto profondo per la cultura eschimese. Fu l’unico e sostanziale tramite fra i bianchi americani e gli eschimesi tanto da esser considerato dagli inuit un loro pari e da far ripetutamente affermare a mio padre che “Henson è stato più eschimese di alcuni di loro“.

Nel 1912 pubblicò il libro “A Negro Explorer at the North Pole”; l’ho letto e riletto e riletto indugiando nelle pagine dedicate agli amici inuit. In queste mi abbandono alla grazia e intelligenza con cui zio descrive i loro costumi e la memoria giunge in aiuto ai miei sensi nel ricordo di suoni, odori, sapori, voci, sguardi mani e gesti.

prima edizione (1912)

Non posso non trascrivere in questo taccuino alcuni passi; lo devo a me stessa per non dimenticare l’intelligenza, la raffinatezza e la lungimiranza con cui Miy Paluk si avvicinò a questo straordinario popolo.

“È il popolo più bonario sulla terra, senza cattive abitudini proprie ma con una capacità ad assimilare troppo velocemente i vizi della nostra civiltà “. “È mia convinzione che la vita di questa piccola tribù sia condannata e che l’estinzione è quasi obbligata. La causa sarà da ricercare in parte nella loro stessa natura e in parte negli sforzi fuorvianti di noi persone civili nell’imporre loro abitudini non corrette. “

“È un popolo molto umano e, nonostante la dieta sia praticamente di sola carne, il loro temperamento è dolce e mite e vi è una grande quantità di affetto tra loro. Raramente litigano e non sanno che sia l’animosità, il rancore e la vendetta. I bambini sono un bene prezioso, sono molto amati, mai rimproverati o puniti e non sono viziati. Una madre esquimo lava il suo bambino allo stesso modo in cui un gatto lava i suoi gattini.”

donna inuit non identificata conio proprio bambino e un cucciolo di cane

“È triste pensare alla sorte dei miei amici che vivono in quella che un tempo era una terra di abbondanza e che oggi, a causa dell’avidità della nostra società commerciale, sta diventando una terra di frigida desolazione. Le risorse di cibo sono praticamente scomparse, i trichechi saranno rapidamente sterminati, le renne e buoi muschiati anche. I cacciatori sono obbligati a spostarsi nell’entroterra, quando, fino a venti anni fa, la caccia era limitata alle coste e al mare, fonti di vita.”

“È vero che gli esquimesi sono di poco valore per il mondo commerciale, probabilmente a causa della loro posizione isolata ma queste stesse persone così ignoranti e incivili hanno reso un valido aiuto nella scoperta del Polo Nord. “

Matthew A. Henson con alcune slitte da lui studiate e costruite su indicazione degli inuit e adattate per la spedizione al Polo Nord del 1909

Non so quando iniziò la storia d’amore fra zio Miy Paluk e Akatingwah. Anche lei aveva un marito eschimese ed è noto che ella si avvicinò a zio senza alcuna riluttanza, anzi.

Akati era semplicemente luminosa e ciò che conquistava era il suo sorriso e la dolcezza nei modi. Sempre allegra, sempre disponibile, mai con un’ombra a offuscare la luce del volto. Partorì l’unico figlio di zio, il bellissimo Anaukaq.

Akatingwah con il figlio neonato di Matthew Henson, Anaukaq

Li ricordo sempre lievi a parlottare fitto fitto nei momenti in cui non erano impegnati in tutte quelle gravose e lunghissime attività quotidiane per rendere meno difficile la nostra permanenza in quella terra a noi tanto avversa. Ricordo l’affetto e che non riuscivano a stare separati, sempre insieme, sempre con un breve contatto fra loro, un tenersi per mano, un accenno di abbraccio, un guardarsi con profonda intesa.

Matthew Henson e Akatingwah

Erano semplicemente felici. E lo furono per tutti gli anni in cui zio Miy Paluk tornò in Groenlandia per le otto spedizioni che lo resero famoso. Il rispetto di zio per quel popolo soave si rifletteva nel suo amore per Akati e quando dovette seguire in patria mio padre per l’ultima e definitiva volta, la tribù era convita che partisse con la sua moglie eschimese e il bimbo.

Così non fu.

L’epoca, la nostra società così rigida in cui zio non era comunque degno di privilegi, non dava spazio agli amori veri.

Miy Paluk era sposato con un’altra donna, un’afro-americana, a cui comunque portava rispetto. Fu così che Akati rimase in Groenlandia ed è noto che il suo sorriso si spense. Ma non lo spirito del loro amore che diede origine a una discendenza di uomini e donne felici a cui Miy Paluk lasciò il suo cognome riconoscendone la legittimità.

Mi raccontò, in un pomeriggio dei nostri, che non ebbe più occasione di tornare in Groenlandia ma che riuscì, negli anni e ripetutamente, ad avere notizie di Akati e Anaukaq da altri esploratori amici e confidenti. Questi gli riferirono che il ricordo e la stima degli inuit per lo zio fece sì che Akati non patisse troppo la solitudine e che rispettarono la discendenza di Miy Paluk come appartenente alla loro comunità.

Anaukaq Henson, unico figlio di Matthew Henson

Anaukaq ebbe cinque figli e una figlia e sono venuta a sapere che ha moltissimi nipoti.

6 aprile 1909 la conquista del Polo Nord. Nella fotografia sono ritratti Peary, Henson e tre delle quattro guide eschimesi. Il quarto ha scattato questa foto.

Il 6 aprile 1909 è noto al mondo per la conquista del Polo Nord; per me si tratta della fine di un’epoca straordinaria in cui uomini e donne, dai tratti scuri e dall’anima ampia come la loro terra, con intelligenza e grazia rare hanno accarezzato la nostra anima al di là di qualunque pregiudizio.

Le quattro guide inuit che permisero a Peary ed Henson di raggiungere il Polo

Oggi gli esploratori si chiamano astronauti, vanno verso altri ignoti.

In questo anno della mia vecchiaia noi abbiamo inviato un esploratore meccanico verso Marte, il suo nome è vichingo (Viking 1), come il popolo che conquistò anche la Groenlandia.

In questo anno della mia vecchiaia i russi hanno in orbita i nuovi esploratori su una nave battezzata unione (Sojuz 21).

In questo anno della mia vecchiaia non posso non chiedermi delle vite degli uomini e delle donne di cui oggi nessuno parla e a cui tutto si deve e, da madre, provo imbarazzo nel chiedermi se sono stata in grado di trasmettere ai miei figli la grazia e il rispetto in cui ho vissuto quando mi chiamavano Ah-Poo-Mik-A-Ninny cioè “bimba di neve”.


 Note di Nin:

Il taccuino è una mia invenzione e le considerazioni della sua autrice anche. Personaggi e ambientazioni sono rigorosamente veri e documentati.

Per saperne di più consiglio le seguenti LETTURE: (in lingua inglese)

t300-SnowbabyBookcover

Di Josephine Diebitsch Peary “The Snow Baby” 1901 https://archive.org/stream/snowbabytruestor00pear#page/n7/mode/2up

Nearest the north pole

Di Robert E. Peary ” Nearest the Pole” 1907 http://www.archive.org/stream/nearestpolenarra00pear#page/n9/mode/2up

lg_nort117205009

Di Matthew A. Henson “A Negro Explorer at the North Pole” 1912 https://archive.org/stream/cu31924029882739#page/n9/mode/2up

Alcuni FILMATI:

Presentazione della mostra al Bowdoin College’s Peary-MacMillan Arctic Museum USA per il centenario della conquista del Polo Nord del 1909 (durata quasi tre minuti, lingua inglese)

http://www.youtube.com/watch?v=j-tT5Zj_9vo

Originale della partenza della nave Roosvelt da New York verso la Groenlandia alla conquista del Polo Nord: 16 luglio 1905, location: Dock on Hudson River, New York, N.Y., riprese di G.W. ”Billy” Bitzer (durata più di quattro minuti, assenza di audio)

http://www.youtube.com/watch?v=A4w4MuAHv4c

Originale del 1932, primo di quattro reportage del viaggio di Marie Ahnighito Peary Stafford da New York a Cape York nel nord est della Groenlandia per la costruzione e l’inaugurazione del monumento dedicato a suo padre Ammiraglio Robert E. Peary (durata quasi 10 minuti, audio a tratti in lingua inglese)

http://www.youtube.com/watch?v=4e35RgcjcRo

CURIOSITÀ:

I discendenti di Matthew Henson e di Akatingwah nel corso di una loro visita negli USA nel 1992

TOYOTA AD BLACK HISTORY MONTH_jpg

Una pubblicità della Toyota a celebrazione del mese della storia dei neri d’America in cui è ritratto Matthew Henson

cru35

ci sono spettacoli

comments 14
Pensieri e considerazioni
Petizione-per-salvare-le-mante_PetSharing

Ci sono spettacoli che tacitano l’anima e che lasciano l’impalpabile eppur profondo senso di ebbrezza per essere qui in questo momento.

Uno straordinario filmato di National Geographic di poco più di due minuti.

http://www.youtube.com/watch?v=74mdJUaRNaA

“Nel grande oceano della natura gli individui son gocce che il vento spazza dall’onda e fa correre lucide e leggere sulla superficie per un solo istante” (Paolo Mantegazza)

ModeMondo autoscatto

comments 30
Pensieri e considerazioni
IMG_2934

Son mesi decisamente ricchi di spunti e di riflessioni varie.

Ultimamente alcuni amiconi mi chiedono di mandar loro un selfie del mio nuovo aspetto. Attendo quindi una motivazione vagamente logica per fare una cosa del genere ma inutilmente. Comprendo solo i grandi silenzi rivelatori di abissali vuoti. Alla richiesta rispondo quindi con una battuta tipo «dovresti avere più “selfie-control” visto che non riesci a tenere a freno la curiosità e che non c’è nulla di cui esser curiosi».

Ieri ho accompagnato un’amica dal parrucchiere e vedo due belle ragazze che, in attesa del loro turno, si facevano fotografie ciascuna con il proprio cellulare. Ridevano e si mettevano in posa spostando a destra e a sinistra le masse di capelli neri. Un’ilarità adolescenziale che strideva con la loro età. Quarant’anni circa.

Guardo la mia saggia amica e, desiderosa di provare anche io cotanta allegria, le scatto una foto con il mio cellulare. Lei mi guarda con condiscendente affetto e mi dice che son siema perché il trucco per divertirsi sta nel selfie.

Oggi ho fatto un provino per diventar modèlla della pubblicità.

Tre anni fa, in un momento di crisi lavorativa, mi proposi come piccola modellina per le pubblicità di colle per dentiere, panni per le pulizie, pappe per bambini che rendono le mamme felici, dentiste che consigliano dentifrici innovativi, afone alla ricerca della caramella per la gola e mi son venduta anche come esperta in dialoghi imbarazzanti fra donne che si trovano casualmente in ascensore.

Il tutto, ripeto, tre anni fa. Provino, vai bene, sei un talento, ti chiameremo. Silenzio.

La scorsa settimana ricevo un sms con la proposta di un altro provino. Temporeggio un po’ nel dare la risposta perché mi sto godendo finalmente le prime ore lievi di ripresa dopo tanti mesi di battaglie e poi, sopraffatta dalla curiosità, fisso l’appuntamento per oggi.

Si tratta di un’agenzia molto importante, una di quelle i cui uffici si estendono tentacolarmente per un palazzo intero. Arrivo tutta carina con la mia nuova figura da sirenetta e mi fanno il provino. Una telecamera, due battute, leggi qui, fammi un’espressione allegra ora fammela arrabbiata, insomma, cose così.

Mi dicono che devo attendere mezz’ora per sapere se ho passato la selezione. Finalmente, dopo un’estenuante attesa fra ragazzetti e ragazzette di tante speranze che, incuriositi dalla mia presenza, non smettevano di farmi domande e che, tutti eccitati, si facevano selfie nei corridoi della grande agenzia, mi chiamano per portarmi dal capo dei selezionatori. Una matrona.

Vai bene, sei un talento raro, dacci novemila euro e ti proporremo ai nostri clienti.

«Avrei qualche domanda» rispondo con tutta la calma imparata in anni di vero lavoro e, con sommo divertimento, d’un fiato chiedo «I novemila euro sono rateizzabili? Il book è incluso nel prezzo o è a parte? Se mi presento con un book di autoscatti va bene comunque per i vostri clienti o è meglio che faccia dei selfie

IMG_2934

quel particolare tono del mare

comments 21
Pensieri e considerazioni
sunset-ocean_74333_600x450

Stamane il post intitolato “Viaggiare” dell’amica Silvia riporta un aforisma che ha suscitato in me non solo approvazione bensì molto di più. Per ciò ringrazio Silvia.

Cito:

Il viaggio è senza limiti e i confini sono solo di chi teme.
L’ importante è sapere che da qualche parte all’ orizzonte
c’ è un’ altra “sponda” che ci attende. (Tanya Bì ©)


Considerare la vita come un viaggio è una propensione, divenuta nel tempo atteggiamento, che mi ha spronata a intraprendere diversi cambiamenti e che da sempre disseta un’indomita curiosità.

Le implicazioni di tali cambiamenti, intesi soprattutto come rinnovamenti, sono state lo scegliere ciclicamente stili di vita differenti non solo in termini di mete geografiche ma anche di gusti, interessi e debolezze.

Ciò che ha fatto vibrare in me l’aforisma pubblicato da Silvia è la memoria dell’attimo in cui si decide come proseguire l’intimo viaggio nella Vita, quell’istante così cristallino in cui si modificano i margini della propria esistenza.

Oggi, dopo alcune alternanze e alle soglie del prossimo rinnovamento, posso sostenere che quel momento magico, liberatorio, profondamente decisionale e dalle conseguenze definitive, ha avuto sempre come sfondo il mare.

Mare inteso non solo come metafora ma come sintesi di elementi a cui riporto da sempre corpo e anima per leggere in me stessa.

Caprera 3

Nell’arco della giornata ci sono due suggestive congiunture, il crepuscolo mattutino e quello vespertino, in cui il colore della superficie dell’acqua sembra assorbire il mutevole chiarore del cielo riportando quindi riflessi e toni di un calore inatteso per il blu di cui il mare è sommo arbitro. E tutto sembra avere un senso.

È un momento immobile eppur di estremo movimento ed è talmente sfuggevole da suscitare nostalgia mentre lo si vive. In quell’istante ho scoperto la consapevolezza delle mie paure e son riuscita a dialogare con i fantasmi dei miei timori.

mare

È vero ciò che afferma l’aforisma cioè che da qualche parte, in realtà ovunque si voglia, una sponda ci attende.

Posso oggi affermare che nell’istante cristallino in cui si scopre l’onestà con se stessi, si è pervasi dalla leggerezza nel comprende la vacuità dei nostri smarrimenti.

Essere onesti con se stessi è molto difficile, è forse il viaggio più lungo e periglioso che si possa intraprendere ma è anche il più premiante perché ci fa percorrere la Vita con lealtà e autenticità sia con noi stessi sia con coloro che amiamo.

In questi giorni sono finalmente alla vigilia di un rinnovamento e attendo di respirare quel particolare riflesso del mare che dona un particolare tono al viaggio chiamato Vita.

sunset-ocean_74333_600x450

una qualunque strada di una qualunque città fra estranei qualunque

comments 26
Pensieri e considerazioni
notate-lombra-come-mostra-tutta-un-altra-scena-500x324

Capita, forse più di sovente di quanto crediamo, che gli occhi portino il cuore verso inattese mete.

Questa foto ne è un esempio.

notate-lombra-come-mostra-tutta-un-altra-scena-500x324

Senza dubbio un casuale gioco di luci e ombre, di pieni e di vuoti. L’incrocio di due estranei in una qualunque strada di una qualunque città le cui ombre narrano una storia che potrebbe essere o che, forse, da qualche parte neanche tanto lontano è.

Il fascino sta non solo nella casualità della scena e dello scatto ma, ad osservare bene, il cane, peloso curioso, dà una dimensione quasi reale alle ombre proiettate. Sembra che i tre si parlino, le due sagome innamorate e il cane che li attende, e i nostri occhi riportano il cuore verso l’inattesa meta di una realtà che vive in una frazione di tempo.

Capita, e credo sia una sensazione comune a molti, che gli occhi riportino realtà non tangibili e che noi, per timore o comodità, le si classifichi riducendole al termine di “illusioni”.  In breve, poi, scordiamo tutto.

È un peccato però dimenticare tali illusioni perché son pur esse realtà per chi crede che esiste una magia anche in una qualunque strada di una qualunque città fra estranei qualunque.

Parlando di premi (4 di 4): Dardos Awards

comments 13
Pensieri e considerazioni
premio-dardos-a-cuaderno-en-piel-dr-lauzurica-dermatc3b3logo-www-lauzurica-wordpress-com1

Grazie e grazie e grazie di cuore a quattro amiche di gran valore umano, splendide blogger e scrittrici squisite come Francesca PratelliCarol InsignaSempreCarla e Liù per avermi nominata per il prestigioso Premio Dardos.

premio-dardos-a-cuaderno-en-piel-dr-lauzurica-dermatc3b3logo-www-lauzurica-wordpress-com1

Si tratta di un premio molto speciale a riconoscimento dei valori personali, etici, culturali e letterari trasmessi attraverso la scrittura.

Le regole, per ricevere il premio, sono:

  1. Mostrare l’immagine del premio;
  2. Ringraziare chi ti ha nominato;
  3. Nominare altri bloggers, 15 per l’esattezza.

Le prime due regole le ho rispettate, per la terza nomino gli “amici di matita” che fanno parte della mia personalissima rete di spie della Vita.

Un grazie a tutti per l’amicizia, la gentilezza, la cura, l’amabilità, l’ironia e la dolcezza dimostratami in questi ardui giorni. Senza di voi sarebbe stato e sarebbe tutto molto più difficile e solitario. A tutti dedico quindi il Premio Dardos perché sul serio siete persone di spessore e valore; i vostri molteplici interessi e la vostra volontà di condivisione rendono ricco e luminoso il percorso da me intrapreso. Raro e impagabile.

 

Parlando di premi (3 di 4): Lovely Book Award 2014 by liù

comments 18
Pensieri e considerazioni
libro-biografia-su-misura-definitivo-by-liu

Una nuova iniziativa dell’amica Liù basata sulla passione per la lettura: il Lovely Book Award 2014 by liù.

Devo innanzi tutto ringraziare Liù sia dell’occasione sia per avermi nominata, con tanto onore per me, proprio nel lancio dell’iniziativa.

libro-biografia-su-misura-definitivo-by-liu

Semplici le regole per cui occorre ringraziare chi ti ha nominato, inserire il logo dell’iniziativa, rispondere a 10 domande e nominare 7 blog. I nominati gireranno le domande ad altri 7.

Le domande sono: (rispondo di seguito)

1) Come scegli i libri da leggere? Ti fai influenzare dalle recensioni? Non mi faccio influenzare dalle recensioni e la scelta è determinata dalla curiosità per un autore che sto studiando, per un genere o tema che mi sta appassionando e sempre per l’amore per la bella scrittura.

2) Dove compri i libri: in libreria o online? Amo spendere i pomeriggi in libreria e compero sempre più di un tomo di cui amo il profumo di carta e inchiostro, consistenza e fisicità; acquisto on line molti pratici e-book e audiolibri.

3) Aspetti di finire la lettura di un libro prima di acquistarne un altro oppure hai una scorta? Assolutamente no. Leggo con il cuore prima ancora che con la mente quindi posso portare avanti contemporaneamente diversi libri anche per mesi.

4) Ti fai influenzare dal numero delle pagine quando compri un libro? Assolutamente no.

5) Hai un autore e un genere preferito? Un autore per ciascun genere a esclusione dell’horror. Per gli autori stranieri in genere seguo il traduttore. Non cito alcun titolo, autore e traduttore per amor di brevità ;-)

6) Quando è iniziata la tua passione per la lettura? A tre anni ascoltando i 45 giri delle fiabe e a sei con Gianburrasca.

7 )Leggi un libro alla volta oppure riesci a leggerne diversi insieme? Molti contemporaneamente.

8) Se tutti i libri del mondo dovessero essere distrutti e potessi salvarne uno soltanto quale sarebbe? “Confesso che ho vissuto” di Pablo Neruda e ne nasconderei moltissimi altri, uno per genere e periodo letterario, nazionalità dell’autore e traduttore.

9) Perché ti piace leggere? Per legittima difesa (cit. Woody Allen)

10) La tua libreria è ordinata secondo un criterio o tieni i libri in ordine sparso? Quelli che non leggerò più e i classiconi in ordine di autore nella libreria in soggiorno, quelli che ho lasciato e che so che riprenderò appoggiati per terra in studio in ordine di non gradimento, quelli in lettura o che sto studiando in camera da letto sul comodino e per terra in ordine sparso, quelli non graditi e abbandonati sul soppalco in alto in ordine confuso.

Non amo le nomination perché apprezzo tutti gli amici di matita che seguo ma questa volta sono curiosa di conosce i gusti letterari di:

Gnappetta

Andrea

Dreker77

Laura e Marcello

Unododici

Emiliano mo1503

Erre

Parlando di premi (2 di 4): Book Nomination

comments 9
Pensieri e considerazioni
La parola Pablo Neruda

Grazie a Violeta, cara e affettuosa amica di matita, per l’opportunità che mi ha dato con il Book Nomination.

Poter riportare uno dei brani che si prediligono è raro e mi fa molto e molto piacere partecipare.

Le regole per il Book Nomination sono poche, semplici e veloci: riportare il brano di un libro che ci è piaciuto e nominare altri 5 blogger.


Pablo Neruda. E chi non lo ama!

Non tutti, però, conoscono il poeta-narratore che con la suggestiva autobiografia “Confesso che ho vissuto” intervalla ricordi di viaggi, mondo, mondi e personaggi vari, a brani di riflessione su diversi argomenti.

La prosa è di rara raffinatezza proprio perché si tratta di quella sapiente che solo i poeti sanno impiegare; una prosa profonda, con il gusto e il sapore delle parole e in cui ciascun termine ha un senso preciso, oculato e ideale per rendere la narrazione avvincente anche nella descrizione di un particolare apparentemente insulso.

L’edizione che da tanti anni mi segue per ogni dove e che reca in sé alcune verità che condivido e cela fra le sue pagine i pezzetti di carta con citazioni di verità di altri, i post-it sbiaditi, le note in matita e le orecchie ai brani letti e riletti anche ai più volenterosi, è quella con la magistrale interpretazione di un grande traduttore come Luca Lamberti.

Confesso che ho vissuto Pablo Neruda

Per il Book Nomination cito il brano di pagina 68 intitolato “La parola” in cui Neruda descrive il valore delle parole, in particolare quelle spagnole, sentimento che condivido e che credo renda la differenza di sensibilità fra coloro che sanno semplicemente scrivere e un vero scrittore.

La parola Pablo Neruda

Approfitto della tecnologia per allegare il brano letto e inciso qualche anno fa quando mi dilettavo con gli amici delle Isole del mio cuore a catturar l’attenzione dei turisti per i vicoli del paese leggendo seduti sulle gradinate di poeti, scrittori e di vita. Con chi lo volesse ascoltare, mi scuso per l’ingenuità nella lettura e per la qualità della registrazione.


I blogger a cui passo il Book Nomination sono:

Gianpiccoli

Marta

Tiferet74

Isabella Scotti

Semplice

Parlando di premi (1 di 4): introduzione

comments 17
Pensieri e considerazioni
Antrocom_Journal_supplement

Finalmente a casa. Mi sento stanca e ancora non pienamente in me stessa quindi sono stranamente dolce e remissiva; gli sguardi di chi mi conosce bene sono indagatori e dubbiosi, so che si aspettano una sorpresa, una qualche pazzia o alzata di testa e mi sollazzo intimamente nel lasciarli in attesa; gli sguardi di chi non mi conosce sono invece pieni di accoglienza per cotanta flemma e amabilità di modi. Scivolo quindi dolcemente per le vie dell’ultimo dei rioni meneghini salutando gli amici di quartiere i cui sguardi non si scollano dall’acquisita silhouette da pin up anni ’50 che, in modo leggermente impacciato, mi accompagna nei brevi giri per le vie di Porta Romana.

Finalmente a casa e sento che sto rientrando nella quotidianità riappropriandomi di tante care abitudini, piccoli riti e gioie leggere fra cui avere cura del blog e degli insostituibili amici di matita.

Devo quindi parlare delle nomination di cui ultimamente mi hanno fatto dono  e a cui non ho dato immediato seguito non per indifferenza o supponenza ma per ragioni intime difficili da riportare poichè complesse nel loro caleidoscopico esser sentimenti vorticosi e a cui ho cercato, a volte con molto sforzo, di dare ordine.

Questo post è quindi il primo di tre dedicato ai premi. Non smetterò mai di ringraziare tutti per la presenza e il calore.

Un ampio, seppur non ancora troppo stretto, abbraccio a tutti ;-)

Noi, quelli incoerenti

comments 47
L'Alieno
images-16

Seconda settimana di degenza a casa di mia madre. Sono ore sospese, le percepisco come di passaggio a un’altra fase del percorso imposto dall’Alieno. Per un verso mi sento alleggerita e per un altro ancora in pieno marasma.

In questi ultimi giorni in cui le fitte e lo stordimento del post-operatorio si sono leniti annullando quell’eterno presente in cui il dolore proietta la mente ottenebrandola e rendendola avulsa dall’alternanza di luce e notte, posso fare qualche riflessione più approfondita.
E ripenso agli amici nuovi e a quelli di un tempo. Alla gioia nel sentire empatia e condivisione con alcuni, all’incoerenza di certi e alla freddezza di altri. Penso alle prospettive e agli obiettivi che devo pormi visto che tutto è cambiato imponendomi una nuova svolta ora che la fase di “cronicizzazione” delle mie due patologie sarà iniziata, cioè a fine giugno.

Ho ripetuto più volte che per me il cancro fa parte della vita, lo sforzo sta nell’accettare il grado di agonia che si vuole affrontare per mantenere una determinata qualità di vita. Non temo la morte ma l’agonia e il non sentirmi padrona di me stessa sì. E’ un discorso molto difficile da fare soprattutto perchè la nostra cultura considera impopolare ragionare serenamente sui lati essenziali del nostro esser qui e ora. Sembra ed è un tabù parlare di cambiamento anche in senso lato soprattutto quando ne si analizzano le implicazioni più profonde.

Accenno a ciò perché non ho mai provato pudore, in tempi anche non sospetti, nell’affrontare tematiche considerate spinose; tali riflessioni le ho sempre ritenute essenziali per trovare lo stile di vita più idoneo alla mia natura e mi hanno portata a fare scelte considerate da alcuni ai limiti o poco accette, in un primo momento, per le persone vicine e di cui sono sempre e comunque pienamente convinta. Oggi posso affermare che, anche grazie a tali riflessioni, ho ottenuto una particolare sensibilità per il valore del tempo il cui senso e la cui funzione sono quelle di renderci persone di esperienza quindi libere e coerenti.

La riflessione che sto facendo in queste ore riguarda alcuni amici di vecchia data che, in questi ultimi otto mesi, hanno adottato un atteggiamento incoerente nonostante l’età e il grado di intimità avuto.

Capita che coloro che al momento dello schiaffo e dell’intervento di mastectomia si sono letteralmente proiettati su di me con una presenza quotidiana attraverso telefonate e visite, nei mesi successivi si siano eclissati con vaghe e sporadiche telefonate il cui spirito è più di obbligo che di condivisione. In questi ultimi giorni, inoltre, non hanno nemmeno risposto a miei timidi accenni adducendo una vaga scusa, non richiesta peraltro, poiché raffreddati o indaffarati. Preferirei la determinazione, l’onestà e il coraggio dell’assenza senza parole.

Premetto che fra i miei maggiori difetti posso contemplare quello di non aver mai richiesto ad alcuno, amica, amico, marito o amante di comportarsi in modo differente dalla propria indole e propensione, esigendo chiaramente la medesima condotta nei miei riguardi, e che intuisco nell’immediato quando un atteggiamento è di circostanza o vagamente forzato.

Come detto, nei mesi ho visto queste persone calarsi sempre più in un atteggiamento di circostanza, appunto, il cui scopo è, ritengo, quello di assecondare un certo imbarazzo per aver provato un senso di sopraffazione quindi un desiderio di fuga dall’esperienza che sto vivendo. Trovo questi ultimi sentimenti leciti e molto umani.

Sia chiaro che sto motivando ma non giustificando tale atteggiamento e che ne sto scrivendo cercando di non dare voce alla mia piccola e meschina umanità. Razionalmente sento tutta la ragione nel non voler considerare il panorama limitato a cui un ammalato cronico si trova ad agire e soprattutto a non voler cedere il proprio tempo all’esasperazione per le dilatazioni, anche di anni, che le terapie impongono. Parliamo di lustri, non di settimane, in cui tutto può accadere senza alcun preavviso.

Non sono più la persona di otto mesi fa, ho cercato di spiegarlo a queste persone immaginando facessero propria una volontà nell’aiutarmi in una lunga fase di cambiamento impostami dalle due malattie che mi hanno diagnosticato ma così non è stato e non sarà. Perseverano nel mentire a loro stessi recitando un copione dalle battute brevi e scontate, rendendosi quindi ridicoli. Non so come dir loro che preferirei che, con molta umanità, mi dicessero che non ce la fanno, che si sentono sopraffatti. Io lo feci, tanti anni fa, con una amica che oggi non c’è più. Da quella telefonata nacque forse il rapporto più profondo e genuino che abbia avuto fino a otto mesi fa accompagnandola in un percorso durato tre anni di speranze tradite e di sentimenti urlati con lacrime e risate. Ma questa è un’altra storia la cui profondità e la cui bellezza dan rilievo a ciò che sto scrivendo a riguardo di questi amici oggi tanto incoerenti.

E’ molto difficile trasmettere la complessità della dimensione in cui il malato cronico si trova, i molteplici stati d’animo, la difficoltà nell’accettare i cambiamenti non solo di stile di vita ma anche del fisico e dei sensi, le riflessioni e le risoluzioni a cui si arriva dolorosamente e con un enorme sforzo di raziocinio per non perdere l’orizzonte. E’ arduo trasmettere anche il mutare delle aspettative e quanto il senso del futuro si accorci poiché il valore del tempo ha mutato forma e significati.

Mi telefonano chiedendo aggiornamenti e mentre accenno a una vaga e asettica cronologia medico-chirurgica, spinta più che altro da un senso di buona educazione, penso sia un peccato non abbiano specchi in casa a riverberare le ombre nette della loro immagine riflessa.

Le amigdale Etta e Ina e l’alberello di Natale

comments 95
L'Alieno
foto di @lessi_o post del 310314

Oggi ho fatto una scoperta. La tonsilla, quella roba sferica che ci ritroviamo in gola e per la cui asportazione ci promettono una vita di gelati quando ancora siamo nell’età dell’ingenuità, si chiama anche amigdala. Foneticamente non lo definirei un vocabolo armonioso, anzi. Basta provare a pronunciarlo al plurale e se ne noterà tutta la sua disarmonia: amigdale.

Per farla breve, mi ritrovo le amigdale rifatte come due tettone da sedicenne pronte ad affrontare nuove esperienze scorrazzando per il mondo.

Mi hanno dimessa ieri e l’intervento è andato bene; è durato più del previsto perché l’espansore ha sì dilatato la pelle ma si è dimenticato di curare il dettaglio chiamato simmetria del reduce capezzolo facendolo traslare a sinistra. In pratica, in circa sei mesi il pippiolino per i neonati si è spostato per il tea time con la confinante ascella invece di restare fermo a svettare al centro come era solito fare.
Il ricostruttivo è stato quindi impegnativo per ben due chirurghi. Così mi han raccontato il giorno successivo.

Ora il girovago capezzolo è sì più centrato ma ha dalla sua un vago strabismo di Venere a renderlo ancora più affascinante. Il chirurgo consiglia di fare un altro intervento fra sei mesi, cioè quando le tonsille da sedicenne sembreranno tette da ventenne ed è previsto che corregga il seno ricostruito aggiungendo qua è lá morbida ciccia. Vedremo, amando più i difetti delle armonie, credo che non lo raddrizzerò.
Come detto, mi ritrovo da qualche giorno con tette non definibili mammelle bensì ciucce. Bellissime! Dato il vago strabismo che me le rendono molto simpatiche ho deciso di chiamarle Ciuccetta la destra, quella ancora vera a cui hanno aggiunto due taglie di allegro silicone, e Ciuccina, quella ricostruita. Per gli amici Etta e Ina.

Questa volta l’intervento non è stato una passeggiata o, meglio, diciamo che i medici mi hanno promesso una vita di gelato alla morfina disattendendo poi alle ingenue aspettative.
Niente morfina, quindi, e una miscela di anestetico che mi ha fatto vivere un risveglio e un post operatorio di circa 30 ore non proprio leggeri. Ora però non ho voglia di entrare nei dettagli, lo farò così da dimenticare il tutto ma non ora.

In questi giorni sono a casa di mia madre e devo stare con le braccia ferme, buona buona strizzata in un corpettino con due drenaggi appesi agli abiti che mi fan sembrare un tardivo albero di Natale. Durerà poco, sta fase, martedì prossimo al controllo dovrebbero levarmi un drenaggio. Dolore? Un po’ ma mi godo i potenti antidolorifici che posso prendere come caramelle per tre volte al giorno.

Desidero ringraziarvi tutti per la vicinanza. Vi ho sentiti e vi sento vicini. Ho letto i tanti commenti all’ultimo post e mi sono commossa. Ce l’avete fatta, ragazzi, mi avete fatta piangere! Siete impagabili e vi voglio bene. Sono tornata e piano piano zanzarerò ancora online. Per ora non dico che vi abbraccio ma un piciùk non lo nego a nessuno! A presto, quindi, dalle amigdale  Etta e Ina e dal vostro tardivo alberello di Natale.

 

Salü Manha Manha

comments 20
L'Alieno / Musica / Pensieri e considerazioni
235px-Tv_muppet_show_opening

Oggi giornata di intervento chirurgico.

Lo so, non ce la si fa più di sto argomento. Ammetto di averne scritto fino alla nausea e, confesso, non ho proprio voglia di affrontarlo. Non solo l’argomento, anche l’intervento. Comunque ho deciso di farlo e così sarà per il mio bene o quello della tetta buona, non so e non ho voglia nemmeno di chiedermi più per il bene di chi o de che.

Ieri ho ricevuto qualche telefonata di amici che mi han chiesto che ho provato in queste ore di vigilia. A quasi tutti ho riassunto con un grugnito tipo “tttttessssa”.

Ecco quindi come sto: l’umore è un po’ altalenante e, da un paio di giorni, le vocalizzazioni si limitano a strani monosillabi rivelatori di una personalità Manha Manha piuttosto che da dolce e femminile Piggy. Devo comunque confessare che, nonostante l’andamento oscillatorio fra un’identità e l’altra, resta invariato il temperamento un poco sincopato da Animal per cui ho pulito casa, cane e me stessa tanto assiduamente da avere le mani indolenzite e le caviglie ancor più gonfie. Il tutto, manco a dirlo, a ritmo di jazz.

Per queste ore particolari e per le prossime ho quindi tre proposte a seconda dell’umore e delle predisposizioni di ciascuno:

proposta M come Manha Manha

Brano squisito e dal finale assai significativo.

durata: due minuti 

http://www.youtube.com/watch?v=8N_tupPBtWQ


proposta P come Piggy

Sublime e appassiona interpretazione di un classico.

durata: due minuti 

http://www.youtube.com/watch?v=UHcsAc8db48


proposta A come Animal

Una vera chicca di Buddy Rich e Animal

durata: più di due minuti a cui abbandonarsi con meraviglia

http://www.youtube.com/watch?v=56sZOUPegUw


Un caro salü Manha Manha a tutti i miei preziosi “amici di matita”

e che i like like like siano sempre con tutti noi

;-)

http://www.youtube.com/watch?v=IebFne6LD8E

volevo essere un tuffatore

comments 24
L'Alieno / Musica
papel de parede surf reggae 05_thumb[1]

Volevo essere un tuffatore e oggi, posso dirlo, lo sono sul serio grazie soprattutto ai tanti amici.

Devo ringraziarne di cuore uno in particolare, il vero Ninja, colui che con tanta pazienza e affetto ha speso ore e ore al telefono con me. Si è sorbito lacrime, silenzi, urla, imprecazioni e gnole sostenendomi sempre con animo non solo gentile ma da vero Amico, quell’amico paziente che non solo ti dice che c’è ma che sai che c’è. Mi ha sostenuta e continua a sostenermi anche e soprattutto con i suoi silenzi. Il nome di questo blog in parte è dedicato a lui che fa Ninja di soprannome per gli amici di quei tempi in cui lui comprese predisposizioni e verità prima ancora di noi altri.

Da ottobre 2013, cioè da quando mi hanno diagnosticato il cancro, mi chiama Ninjetta e da ciò il soprannome che mi sono data: Ninjalaspia detta Nin.

Grazie, Antonio, grazie al tuo essermi vicino nonostante i chilometri che poi, si sa, non creano distanza.

Stamane, alla vigilia del secondo intervento chirurgico, Antonio mi ha mandato questo brano allegro che ha in sé il vero messaggio.

Spero lo ascoltiate, ne vale la pena.

durata: tre minuti abbondanti di allegro reggae

http://www.youtube.com/watch?v=xkIG328-XSs

un piccolo bicchiere di porto

comments 10
Pensieri e considerazioni
WCCOR1_0HPXNPHA--473x264--473x264

Aria pregna di odori vari fra cui quel bianco grigiastro persistente del fumo di sigaretta e quell’atmosfera densa del brusio di tante voci concentrate sul da farsi.

Fra queste, le brevi parole dei camerieri che, con passo frettoloso, si accingevano a trasferire piatti e bicchieri in colorati vassoi rotondi e dal bordo alto su cui campeggiava la scritta “peroni”. Grandi vassoi in tolla a svettare sopra le teste della piccola ressa qui indaffarata, lì in attesa e laggiù a far la coda alla cassa.

Le note, dapprima in una scia confusa, vago sottofondo, poi sempre più familiari nel loro allegro ripetersi, sembravano ritmare un tempo tutto particolare, un battito vitale che conduceva al cuore di quel locale.

L’improvviso alzarsi del tono della musica e il repentino scroscio degli applausi in segno di coinvolgimento di tutti i cuori lì riuniti, furono i segnali a indicare il momento del passaggio da un brano all’altro. Gli acuti dei fischi degli entusiasti e le urla degli appassionati lanciate con imbuto di dita ai lati della bocca confermarono che avremmo avuto qualche attimo per accomodarci al nostro tavolo.

att_776371_0

Fummo quindi accompagnati al centro della sala un poco umida di respiri, sigarette, sorrisi, bicchieri, di tavolini rotondi e di sedie spoglie. Una sala spartana piena di teste chinate le une verso le altre a parlare fitto fitto attorno ai bicchieri di vino e alle bruschette.

Sedici anni, l’inconsapevole bellezza dell’asino e una timidezza che mi permetteva il privilegio di confondermi con le pareti. È che in quella sala le pareti erano lontane e non potevo rimescolarmi in loro ma solo sperare nell’alleanza della sedia.

E il basso cominciò nuovamente a far battere il cuore a ritmo nero. «Un piccolo bicchiere di porto per la signorina.» disse mio padre al cameriere e, serissimo, aggiunse «Puoi solo assaggiarlo, bagnare le labbra ma non berlo. Sei grande ma non ancora tanto grande, Nin.»

Era la mia prima sera di uscita notturna come facevano gli adulti. Ero ad ascoltare il jazz dal vivo.

Un sabato sera qualunque di un inverno umido della Milano che iniziava ad esser quella “da bere”. Un sabato sera di debutto in società al Capolinea, proprio là dove girava il tram.

Milano_tram


images-2

Chet Baker incise “At Capolinea” appunto al Capolinea Jazz Club; ecco poco meno di dodici minuti di vera classe:

Chat Baker – At Capolinea – Estate

 http://www.youtube.com/watch?v=XQD1wJtkkU8


Qualche curiosità su uno dei templi del jazz italiano:

Capolinea Jazz Club (wikipedia)

Un filmato curioso e un po’ ingenuo dedicato al Capolinea in versione estiva; durata: poco più di quattro minuti

ore 13,30 di giovedì primo maggio

comments 31
L'Alieno / Pensieri e considerazioni
bodyscapes-photography (31)

Torno ora dopo trentatré ore lunghe e intense come trentatré giorni. Da Giovedì ore 13,30 a Venerdì ore 22,30.

È incredibile quanto la percezione del tempo sia sul serio soggettiva e quanto dipenda da ciò che accade. Non mi riferisco ad alcun principio filosofico o scientifico, bensì a un concetto tutt’altro che ipotetico o teorico e che quando viene esperito cambia completamente le tue prospettive.

Chi ha avuto esperienze estreme può intuire a cosa mi riferisco cioè a quanto un minuto, in determinate condizioni, sembri includere in sé non solo un lasso di tempo lunghissimo ma compendia tutte le nostre capacità di analisi, deduttive e decisionali. In un minuto siamo capaci di prendere decisioni definitive.

0946728001372600981

Ieri alle 13,30 ho visto la mia insostituibile amica Silvia, colei con cui ho un dialogo privilegiato, senza veli, concreto e schietto com’è fra cancherati. Silvia è la mia compagna di percorso, quella con cui abbiamo piccoli grandi riti quotidiani, con lei basta uno sguardo o una breve battuta di una parola per condensare interi discorsi e sapere che si è compresi. Silvia ha la leucemia e, dopo una lunga battaglia, è finalmente entrata in un periodo di quiete dell’Alieno. Silva ed io parliamo quindi lo stesso idioma e abbiamo stanchezze simili oltre a una spietata ironia il più delle volte cinica. Ridiamo e molto. Parliamo di vita e di morte guardandoci senza alcun pudore e sapendo che possiamo dialogare in esclusiva sentendoci in un certo senso privilegiate. Ci consideriamo senza paura e vicine nella paura.

Ieri alle 13,30 ci siamo incontrate per il nostro giro a piedi per la città. Noi e il cane libero il primo maggio. Alle 13,30 mi ha detto che i suoi esami di controllo erano un disastro e che l’Alieno si stava risvegliando. Ieri alle 13,30 il tempo si è fermato. Abbiamo trascorso ore e ore insieme leggendo analisi, mandando email al suo oncologo, camminando per chilometri per le vie disadorne. Abbiamo parlato, parlato, parlato, parlato fin tanto che il silenzio ci ha ritrovate sedute una accanto all’altra in un assolato parco cittadino. Un bellissimo giardino ottocentesco, pieno di gente sdraiata al sole, di tanti cani a correre e perfino un piccolo pony a girare per le vie di ghiaia degli antichi giardini della Milano bene con il suo carretto pieno di bambini dagli occhi grandi.

Noi lì, senza avere più nulla da dirci e con l’unica consapevolezza che era il primo di un maledettissimo maggio. Festa di chi lavora ma non di chi è malato e ha bisogno dell’oncologo perché gli asterischi degli esami stanno ululando che l’Alieno è lì, a guardarti di nuovo dritto negli occhi.

bodyscapes-photography (29)

Dopo ventotto ore dalla lettura delle analisi, l’oncologo si è fatto vivo cambiando nuovamente la percezione del tempo. Lo ha alleggerito di un peso ma non ne ha cambiato la frequenza. Nonostante abbia confermato che la leucemia non è conclamata, quindi che si può stare tranquilli fino a fine giugno, noi abbiamo proseguito a vivere minuti e ore come giorni. Solo più luminosi e in cui il gusto così piatto delle pietanze cinesi ci è parso ricco e colorato come non mai.

Ora mi sento stanca di quella stanchezza che si prova al rientro da un lungo viaggio in cui hai imparato da mondi lontani di adrenaliniche esperienze. So che a breve chiuderò gli occhi con una coscienza non solo rinnovata ma dalle opzioni più nette e consapevoli.

bodyscape-4

 

a cosa stai pensando ora?

comments 19
Pensieri e considerazioni
images

A cosa stai pensando ora? Cosa stai immaginando?

Continuiamo a pensare, vero, ma in che modo pensiamo?

http://www.youtube.com/watch?v=qvl7kG82EfI

L’inglesismo keep thinking sembra il motto perfetto per entusiasmare i cuori e far fare milioni alle multinazionali. E’ così ma in parte.

Ci sono predisposizioni tanto elementari e limpide in noi ma a volte così complesse da trasmettere nel quotidiano che il ritrovarle descritte come semplici verità in un corto aziendale ci lascia stupiti.

Non solo stupita, devo tristemente ammettere che a volte mi fa sentire meno sola.

Sono cresciuta con una risposta a ogni perché e quando non la ricevevo l’ho cercata, la risposta. Ho fatto lavori in cui la preparazione è stata solo di supporto alla creatività, in cui le soluzioni più fantasiose si sono rivelate quelle ottimali. E anche oggi non riesco a smettere di vedere come potrebbe tutto esser diverso, più ingegnoso o semplicemente migliorato.

Per arricchire la realtà c’è solo bisogno di pensare con la mente aperta dell’ingenuità e le mani colme di esperienza. Solo così, credo, potremmo esser adulti sul serio illuminati.

Ieri, attendendo in una sala d’attesa dell’Istituto dei Tumori, ho visto un papà entrare con un bambino su un passeggino; ne è uscito dopo un’ora con il passeggino vuoto e il corpicino inerme adagiato su una lettiga spinta da un infermiere. Una flebo stendeva un filo fra il cielo e il bimbo.

 A cosa stai pensando ora? Cosa stai immaginando?

Continuiamo a pensare, vero, ma in che modo pensiamo?

images

pre-operatorio

comments 37
L'Alieno
04-elena-silvia-sperandio_amazzone_2004

Il chirurgo ricostruttivo

- Che ci fa qui, Signora Nin?!?

- Visto che mi manca, Dottore, ho voluto anticipare il nostro tête-a-tête di settimana prossima facendole un’improvvisata in reparto.

- … (sorride)

- Come sta, Dottore?

- Bene. Ma si accomodi. E lei Nin, come sta?

- Si vocifera che sia un periodo di crisi, Dottore. Mi sto quindi ricostruendo e ho qualche idea su cui vorrei confrontarmi con lei. Le va di perdere due minuti per parlare di effimere tette?

- Ah, ricordo, lei vorrebbe la coppetta di champagne. Ma non possiamo, dobbiamo ingrandire.

- Avrei cambiato idea, Dottore. Vorrei trascorrere il secondo atto della commedia “My Life” avendo un bel décolleté, uno di quelli per cui ci si sorprende.

- Mh, vedremo. Decido io, non esageriamo Nin. (sorride e mi guarda con sguardo dolce) Le va bene una quinta? (ridacchia e gli occhi si assottigliano)

- Ok, Dottore, mi fido di lei; non insisto perché per ora ha il coltello dalla parte del manico ma sia consapevole che so dove ha lo studio e che ho tante, tantissime amiche con le prime rughe! (ridacchiamo) Cambiando argomento, non è che potrebbe distrarre il bisturi verso le palpebre e farmi tornare luminosa come sei mesi fa?

- … (sgrana gli occhi e ride; sempre ridendo lentamente si avvicina e mi osserva)

- Dài, mi faccia un bel regalo di compleanno! Due occhioni grandi grandi. So che non centra niente con l’ambiente ma non le sembra una buona idea per ottimizzare l’anestesia?

- Non posso, Nin, giuro che non posso. In effetti verrebbe un bel lavoro ma non centra niente con l’ambiente, ha ragione (ride appoggiando le mani sulla fronte)

- Uno scivolo piccolo piccolo del bisturi! Mi fa felice e poi può dire che si tratta di un nuovo intervento di supporto psicologico per le cancherate. Si sa che qui ci tengono al nostro benessere e al fatto che noi ci si senta normali!

- Non esageriamo, Nin, per favore. L’idea è buona ma non esageriamo!

- Dottore, un’ultima cosa, non è che può cacciarmi dentro alla Risonanza Magnetica prolungando l’anestesia e chi si è visto si è visto?

- Non posso fare nemmeno questo anche se sarebbe necessario, Nin. Facciamo una cosa, per il compleanno le regalo la Risonanza. Ci penso io, stia tranquilla.

Gli stringo la mano e continuiamo a sorridere guardandoci con sguardi limpidi.


L’anestesista

 – Ok, abbiamo finito con l’anamnesi, Signora. Dalle analisi risulta tutto a posto. Può andare.

- Dottore, sarà lei a farmi volare?

- No

- Non è che può scrivere sulla cartella di darmi una bella botta sulla testa che mi faccia fare sogni sereni?

- (ride) Lo farei ma dovrebbe fare un altro tipo di intervento.

- Un’altra cosa, Dottore, all’ultimo intervento nelle ventiquattr’ore successive sono stata in un piacevolissimo stato di dormiveglia quasi demente. Ricordo le risate di chi era in camera con me e mi hanno raccontato di scene quantomeno strane. Una pacchia, Dottore, un vero volo! Il chirurgo senologo mi ha detto che si è trattato di una reazione psicologica. E’ vero?

- (protende il busto verso di me e abbassa la voce) La vuole sapere la mia?

- E me lo chiede?

- Morfina!

- Morfina?!? Neeeeeee, sul serio? Morfina? Cioè erano gli effetti della droga più quotata sul mercato?

- Sì (e mi spiega i motivi chirurgici per cui mi hanno messa sotto morfina continuativa per quasi due giorni)

- Ma, Dottore, la morfina è una cosa fantastica! (sgrano gli occhi e sbatto le ciglia ben truccate con movimenti flessuosi delle palpebre)

Ridendo annota sulla cartella di somministrar morfina.

Mentre uscivo dallo studio ho sentito che borbottava a se stesso:

- E ora si chiederanno perché mai ho prescritto la morfina! Vabbè, la lascio lì.

images-3

E’ nato un nuovo blog!

Lascia un commento
Pensieri e considerazioni
mani-bambini

ninjalaspia:

Fantastica iniziativa!
Grandi, ragazzi, siete dei grandi! ;-) :-D

Originally posted on Carlo Galli:

Scrivere è una passione o qualcosa di più profondo?

Di certo è liberazione, un esporre le proprie più profonde intenzioni e verità o, più semplicemente, dare sfogo alla fantasia… in ogni caso, questo nuovo blog ideato da 5 blogger, nasce per incontrare le varie menti (stabili o instabili :D), e fare in modo di avere un imput dal quale iniziare a mettere nero su bianco quello che vi passa per la testa, condividerlo con altre persone che coltivano la stessa passione…

che ne dite, avete voglia di divertirvi condividendo la vostra creatività?

Eccovi il link:

http://apiumani1.wordpress.com

Un abbraccio a tutti!!!

View original

il mondo si divide in

comments 60
Pensieri e considerazioni
images-3

Il mondo si divide in: quelli che mangiano il cioccolato senza il pane; quelli che non riescono a mangiare il cioccolato se non mangiano anche il pane; quelli che non hanno il cioccolato; quelli che non hanno il pane.

Stefano Benni, “Margherita dolcevita”, 2005

Ovvio e scontato, lo so, ma non posso non sciogliermi in una dichiarazione appassionata per il pane e il cioccolato. Li amo sia separatamente sia insieme, in tutte le loro forme e interpretazioni.

pane e cioccolato

Pane e cioccolato. Merenda freddolosa ai bordi della pista prima dell’ultima discesa solitaria, quella più bella, quella fatta con tutte le energie e la vitalità che mi dava, appunto, la privatissima pausa con pane e cioccolato. Seduta sulla neve, sci come poggiaschiena, a godere in vetta del breve tramonto. La luce non ancora ingannatrice ad appiattire la pista, nessuno e tanta unicità, mezzo sfilatino in una mano e la barretta di cioccolato nero nell’altra. In lontananza la vaga e improvvisa arrancata cingolante del gattodellenevi come segnale che la giornata era oramai al termine. E poi giù, lasciarmi andare con le gambe morbide a volare verso valle, aria sottile e acuminata sulla rada pelle esposta e quell’aroma dolce di pane e cioccolato a condire la vittoria dell’adrenalina nelle vene.

images-4Pane. La michetta meneghina, quella giallo paglierino, vaporosa e allegra. Ne ero ingorda. La mangiavo iniziando dalla parte centrale, il “capolino”, e proseguivo sfogliandone petalo dopo petalo. Sapore leggero, mai più provato. Quando mi mandavano dal prestinee a prenderne un chilo, facevo sempre aggiungere una michetta che mi gustavo sulla strada del ritorno pescando direttamente dal sacchetto tiepido. In ascensore, poi, spingevo verso il fondo del sacchetto la base o il sedere della piccola pagnottella, la parte meno gradita, per non far sgamare ai miei i rimasugli del peccato di gola appena commesso.

La consistenza rustica del pane contadino a far da merenda frettolosa per non interrompere il serissimo impegno e l’incondizionata euforia dei giochi estivi. Una grande fetta di pane condita con olio e sale. Dita e mento unti a imbrattare tutti e tutto soprattutto la maglietta o il costume che sembravano messi lì apposta sul corpo a far anche da tovaglioli e poi perché intanto dopo vado a fare il bagno al mare e si lavano da sè.

images-7

Cioccolato. Assieme ai libri le barrette di cioccolato; il tutto stipato nei cartoni che i miei mi spedivano. Ero l’unica italiana in un gruppo di lavoro dall’altra parte dell’Atlantico; lavoravamo sopra e sotto l’acqua e le energie che dovevamo avere erano tante. Si lavorava sei giorni su sette, in qualunque condizione meteo-marina e il cioccolato era l’unico largitore di energie. Ricordo le risate con la bionda e bella Heidi, la mia collega tedesca e unica altra donna del gruppo. Il nostro era un gioco tutto privato e ricordo la voluttà nel passarci i vari pezzi di cioccolato “originale europeo”. Lo ritenevamo il nostro trucchetto per sentire meno la fatica in quel mondo adatto a resistenze più maschili; ridendo e ridendo immaginavamo di mangiarlo con le castagne. Ci mancavano le castagne, le vagheggiavamo ricoperte di cioccolato perché là ai Caraibi l’inverno non esiste quindi non esistono le castagne e tanto meno quelle ricoperte di cioccolato.

castagne

Margherita Dolcevita. Piccoli cestini di vimini ai lati della scalinata, sui parapetti delle soglie delle case, fra i davanzali adorni di fiori. Cestini colmi di cioccolato e crostini. Davamo voce alle serate agostane leggendo di Margherita Dolvcevita. Interpretavamo per il pubblico passante le sue verità e man mano le scalinate del carruggio si riempivano di persone. Lentamente le vedevamo abbandonarsi alla narrazione qui ironica e lì sarcastica che questa arguta ragazzina fa del suo mondo. Al procedere del racconto, il pubblico, prima distratto e dal vociare svogliato, sembrava placarsi fin quando il silenzio e le essenze del pane e del cioccolato nei cestini permeavano l’aria tiepida a far comprendere dell’imbarazzante e spietata saggezza di Margherita Dolcevita.

Dolcevita

1948 Arnhem Land Australia

comments 23
100 anni o giù di lì
spedizione

Era lì. Sì, proprio lì.

Lui era lì. A scrivere.

Howel Walker

Fin da ragazzo lo prendevano in giro per quella sua mania di arrestare tutto. Si portava dietro pezzetti e pezzetti di carta stipati nelle tasche, ridotti a straccetti informi. Su di essi, a matita, annotava tutto ciò che vedeva e che gli suscitava emozione o che semplicemente stuzzicava il cuore.

Poi arrivò la passione delle immagini e i suoi straccetti di carta assomigliarono sempre più a fotografie in parole. Alcuni erano veri e propri ritratti.

«Walker» gli sussurrava il nonno in quei giorni ignari «hai ereditato un cognome che ti porterà lontano. Sii consapevole del tuo cammino e fanne buon uso.»

fig4.2_fmt

E ora lui era lì, proprio lì, a trattenere momenti su pellicola e a scrivere della spedizione forse più emozionante di tutto il secolo.

Era il 1948 e gli entusiasmi stavano riacquistando i colori netti che la persuasione di non esser mortificati dona a qualunque impresa, grande o piccola che sia.

Gli avevano dato sette giorni per seguire la spedizione di Monty o, per le sue cronache da giornalista, di Charles P. Mountford nella Terra di Arnhem in Australia.

Aborigines_CPMwith-painting_w480_edit

Il ticchettio della macchina da scrivere sembrava cantare un motivetto allegro fra i tic tic tac tic vrrrr tic tic tac riportati dall’eco di quella terra dai mille colori.


Per chi volesse curiosare sui protagonisti di questa spedizione ecco i link:

Flag-Umbakumba_w480

Gli scatti di Howell Walker per National Geographic

nla---river-crossing2_w480

La spedizione del 1948 (sito in inglese)

PRG_1218_34_194h_illust

Chi è stato Charles P. Mountford detto Monty

Map_Arnhem_Land_w480

Notizie sulla Arnhem Land in Australia

palpebre

comments 38
Pensieri e considerazioni
occ

Ultimamente ne sto sentendo veramente tante o, meglio, me le dicono.

Ad alcune reagisco con stilettate dialettiche ad altre con sguardo diretto e ad altre ancora con un sorriso. In tutte trovo sempre ironia.

Il guaio è quando queste battute sono fatte al telefono da qualcuno di cui stimi levatura intellettuale, profondità d’animo e coinvolgimento emotivo: mia madre.

Poco fa mi chiama e mi dice:

«Perché con le tette non ti fai fare anche le palpebre? Tutto in uno, mi sembra un’ottima soluzione!»

Amo mia madre, di femmine così non ne producono più.

:-D

quindici

comments 29
L'Alieno
04-elena-silvia-sperandio_amazzone_2004

Una sensazione sfuggente eppur pregnante. È complicato scriverne quindi è ostico rimetterne, elaborarne ed esorcizzarne tutta la complessità. Ci provo, lo devo a me stessa perché devo riuscire a piangere nei prossimi quindici giorni.

Mille pensieri diversi e un solo concentrarsi. Riflessioni sempre uguali e una spossatezza monocroma, ferma, profonda. Se lascio correre la fantasia mi vedo in una piana novembrina, nebbiosa, con l’aria immobile nella sua fredda umidità. E io lì, vigile nella staticità della spossatezza.

Stanchezza di testa e dell’anima e con l’unico desiderio di ribellarmi. Stanchezza chimica e del corpo, estenuazione, nausea, gonfiore e rabbia. Temporeggio ma c’è tanta, troppa rabbia. Mi rintano per chiudere gli occhi e abbandonarmi alla mollezza della fiacca, detentrice di tregua. E quando arriva, la tregua, è troppo breve. Torno quindi a desiderare di fuggire sognando di PePa.

Quindici giorni ma oramai la ragione si è fatta arma, strategia per non sentirmi ingannata, per non espormi alle tresche del corpo e dei medici. Farmi vigile è stato ed è l’unico modo per esserci e per non cedere all’ira.

Quindici giorni per piangere e superare l’intervento chirurgico che non desidero perché è apparente ripiego il cui esclusivo valore sta nel tornare a sondare senza alcuna interpretazione.

Quindici giorni a un atto di pura volontà, la mia.

Quindici giorni e so che inizierà un cammino lungo, troppo lungo per placare l’imminente desiderio di fuga e di autonomia. Devo riuscire a piangere, lo devo a me stessa per proseguire l’inarrestabile procedere.

un po’ di “injojazz” alla vigilia di Pasqua

comments 11
Musica
1775594-bollani

Vigilia plumbea e più natalizia che pasquale, ammettiamolo.

Avendo quindi una valanga di minuti liberi ecco un brano definibile injojazz.

Injojazz: quando i grandi interpreti e gli autori giocano con la musica.

Stefano Bollani interpreta il brano “Mafalda”

1775594-bollani

durata: 6 minuti più titoli di coda

http://www.youtube.com/watch?v=GWqrqOi4Nz8

;-)

caleidoscopica emozione

comments 19
Pensieri e considerazioni
nuit-blanche

Prendo spunto e ringrazio CBLuca per aver pubblicato sul blog cinemasperimentale un corto secondo me eccezionale.

La visione ha suscitato un notevole apprezzamento tecnico e soprattutto una caleidoscopica emozione. Di questa vorrei scrivere per non dimenticare il privilegio di averla vissuta e per non sfuggire mai più alla sua malia.


 Nuit Blanche di Arev Manoukian

durata: tre minuti e mezzo più titoli di coda, consiglio la visione a schermo intero

http://www.youtube.com/watch?v=JVuUwvUUPro

Non apprezzo straparlare del rapporto fra uomo e donna. Provo un tale pudore del cuore e dell’anima nell’affrontare l’argomento che pavento l’incadere in generalizzazioni. Detesto banalizzare perché quando la vita è realmente vissuta non è mai banale.

Tanto dà e tanto chiede, il vivere e il sentirsi vivi. In ciò non c’è nulla di banale e bisogna riconoscerne il privilegio.

Amo in modo differente ciascun uomo, quelli che son stati, che sono e che saranno. Se saranno. Ho amato di amori differenti come il carattere e le predisposizioni di ciascuno, anche le mie.

Questo filmato mi ha fatto ricordare un uomo che definisco la mia anima nera o, meglio, ha suscitato il ricordo di una seduzione provata solo con lui. Una caleidoscopica emozione vissuta per lungo tempo e in esclusiva.

Fascino Incanto Attrattiva Suggestione Sortilegio

Mi ha fatto ricordare il privilegio di aver vissuto la passione e l’anelito a non omettere mai più la sua malia.

images-2

 

mucche e vele

comments 18
Pensieri e considerazioni
mucche e vele

I luoghi di confine e al confine suscitano in me un sentimento di “rarità”. Se poi si tratta di isole la magia della loro insita singolarità mi fa perdere in volute di pensieri e ricerche.

Uno di questi confini si trova là ove impera il vento e le leggende fan da silente sottofondo all’esistere di più mondi. E’ il luogo in cui convivono mucche e vele.

Sunbathing Cows Andalusia cows-tarifa-beach

All’orizzonte l’Africa e fra questa e noi il mare, il vento e le straordinarie signore dei campi a prendere il sole.

La loro mollezza mi riporta a una sorta di saggezza senza tempo che contrasta con l’irruenza delle vele dei kitesurf. Vele moderne, variopinte, veloci e che so esigere forza e destrezza, studio e dedizione prima di riuscire a domarle.

Mucche e vele convivono a Punta Tarifa, quel confine, nello Stretto di Gibilterra, considerato il punto di congiunzione fra vecchia Europa e madre Africa.

Ad accrescere la sensazione di “rarità” è la natura delle acque che convergono proprio in quel capo di terra in cui uomini, montagne e animali mi appaiono solo piccoli spettatori. È il confine in cui si incontrano Atlantico e Mediterraneo.

Il vero confine e la vera sensazione di “rarità” è il sapere che l’acqua mantiene i confini, non si mischia. Noi non lo percepiamo, siamo troppo miopi, ma le acque scorrono l’una sull’altra per centinaia e centinaia di chilometri e scivolano in profondità.

Tutto lì si incontra e forse ha un senso, sicuramente tutto lì è fonte di vita.

È luogo in cui convivono mucche e vele, oceani e mari, continenti e genti. È luogo di vera rarità.

duna_bolonia_2


L’acqua del mar Mediterraneo è calda, salata e più densa rispetto a quella dell’Oceano Atlantico che quindi è più “leggera”.

A livello dello stretto  di Gibilterra, quando le acque del Mediterraneo e dell’Atlantico si mischiano, le diverse correnti marine (moti convettivi) si muovono per diverse centinaia di chilometri, una più in profondità, e una più superficialmente, mantenendo le proprie peculiari caratteristiche chimiche e fisiche. Tutto ciò fa in modo che non avvenga alcuna separazione tra l’uno e l’altro, e si può osservare un continuum marino.

Atlantico

1291194405262_c3c0154ad447cdf006db70d49ce40e09

DSF7544-ESTRECHO-DE-GIBRALTAR-Y-PUNTA-DE-TARIFA-peq

 

…me racumandi

comments 27
Pensieri e considerazioni
hhg

Me racumandi, amici miei, cerchiamo di fare i saggi questa Pasqua.

E dato che già da stasera qualcuno riordinerà le idee per organizzare la lista della spesa, ecco un consiglio da buongustai per fare ottima figura con gli ospiti:

1947541_10152316515027179_1734444812755068037_n

 Cerchiamo di fare i saggi, non immoliamo agnelli in nome di alcuna religione o tradizione.

Me racumandi, miei amati amici di penna, cerchiamo di essere sul serio uomini moderni.

;-)

Nin

On the sunny side of the street Sonny Rollins

comments 15
Musica
images-4

Tutto è relativo quindi

buona notte se si decide di salutare la giornata con l’ironia di questo brano

buon giorno se se ne fa il sorriso all’ora del caffè

buona giornata se lo si tiene come leggero sottofondo mentre si fa altro

;-)

120_6401087

durata: quasi sei minuti

On the sunny side of the street • Sonny Rollins

images-5

http://www.youtube.com/watch?v=G4H9k-d9fBk

images-4

Donna. Il suo nome significa “sacra a Giove”

comments 32
L'Alieno
images-3

Scivola. Si ferma. Una leggera pressione, impercettibile. Scivola in basso. Si ferma. Una leggera pressione, impercettibile. Scivola ancor più in basso. Si ferma. Una leggera pressione, impercettibile. Scivola leggermente a sinistra. Si ferma. Una leggera pressione, temporeggia.

Un attimo, infinito. Temporeggia. Ed è un insieme di attimi lunghi come la vita in cui rievochi il futuro. Non vuoi, non vorresti ma lo rivedi quel futuro così breve, così incerto. Porti lo sguardo alla luce intensa della finestra. I tuoi desideri sono con il vento così inusitato in questa città.

Una leggera pressione, temporeggia.

Guardi le finestre in lontananza, chissà quali sono i pensieri di chi lavora in quegli antri scuri, finestre di laboratori. Chissà se c’è il mare nel loro futuro. Attendi una frase, la frase.

Silenzio, una leggera pressione, temporeggia.

Stringi le mani sui bordi del lettino, ti sosterranno quando sentirai la frase. Conosci già la sensazione ma stavolta non reggeresti, non è ancora il momento. Chissà se riuscirai a tornare alla tua tana. Vuoi solo tornare a casa, alla tana in mezzo al mare e non pensarci più.

Silenzio, una leggera pressione, temporeggia.

Respiri lunghi, tanto profondi da inebriarti il sangue e le dita si aprono. Le richiudi sul bordo con tutta la volontà che sai reduce. Ascolti i tuoi respiri e senti un brivido profondo, non li vuoi malati i tuoi respiri.

Silenzio. Temporeggia.

«Va bene, ci vediamo al prossimo controllo.» ecco la frase, l’altra frase, quella del nuovo oncologo.

È donna e il suo nome significa “sacra a Giove”.