Ponente

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Ascoltare il vento. Difficile. Catturare l’anima di ciò che il vento porta e avere la propria carne nella carne del mondo. Difficilissimo.

In questa estate così strana qui, all’Isola del Vento, il Ponente ha dettato il destino di tanti; vacanzieri, lavoratori, professionisti, nullafacenti, giovani e meno giovani. Tutti in balìa degli umori del vento e i più ne sono stati scontenti. Non io, certo che no perché, come la Merini, amo il vento e mi piace la gente che sa ascoltarlo.

Ne ho quindi assaporato l’impeto di raffiche così violente da privare le nari dell’aria stessa, ho assecondato con tutti i muscoli la loro prepotenza pur di non vacillare e ho nuotato in onde come schiaffi con l’unico scopo di contrastare le correnti.

Queste le fatiche ma quanti regali ha recato il Ponente in tale strana estate! Ne ho assaporato i profumi di luoghi remoti, di piante in fiore così lontane da rimanere sbigottita nel percepire tanta intensità, mi ha portato i pensieri di persone appena incontrate rivelandomi la genuinità dei loro sguardi resi stretti dal vento.

Poi, in un pomeriggio in cui mi sono rintanata per non sentire più l’animo confuso, ho conosciuto Alessio e la mia anima si è piegata alla forza del vento.

Alessio è un ragazzo di 20 anni e parla di destino, anzi, lo guarda dritto negli occhi e ne chiacchiera con il mondo in un modo così semplice e spontaneo da intuire in lui grandi abilità di scrittore.

Alessio sembra un cucciolo, lo è anagraficamente ma il suo modo di essere è pari a quello dei grandi saggi che sanno vedere e ascoltare il vento. Questo cucciolo ha il cancro e la sua battaglia è una vera guerra. Parla di destino. Io no, non posso ammetterne l’esistenza e provo rabbia, tanta rabbia da ritrovarmi immobile ad ascoltare la voce delle raffiche e a scrivere di ciò in cui non credo più da tanto tempo.

Avere la “carne a contatto con la carne del mondo”, essere consapevoli della caducità della vita che porta comunque in sé verità, dolcezza, sensibilità e bellezza nonostante tutto. Nonostante il nostro essere bestie che uccidono corpi e anime per mero senso di potenza, nonostante le nostre viltà e quotidiane parzialità, nonostante la supponenza che non ci fa più ascoltare Madre Natura di cui restiamo figli e nonostante la fatica di ciascuno nel contrastare l’impeto delle correnti.

Il Ponente mi ha portato Alessio e non posso che desiderare che stia qui, accanto a me, ad ascoltare insieme la voce di ciò che lui chiama destino e io vento.

19 agosto 2014 ore 20:05

Mente libera, quel vuoto che ha il sapore cristallino di assoluta presenza a se stessi; calore a permeare la pelle di vivida luce, ne senti il leggero soffio e ciascun poro ti concede la consapevolezza del respiro del corpo nella sua interezza; cuore palpitante, ritmico, concentrato, allegro eppur attento, vero muscolo vitale; polmoni leggeri, si dice “aperti” e lo sono, sono spalancati su tutti gli aromi che incrociano leggeri la tua via; sangue che vorticosamente fa avvertire il suo veloce procedere ovunque in te, ne senti il ronzio indifferente; gambe morbide, forti, stanche eppur presenti, ritmiche, non chiedi più loro di forzare, proseguono, proseguono, proseguono. E tu con loro.

E sorridi, perché finalmente sei tornata libera.

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Uno dei pensieri che ho avuto quando mi hanno dato Lo Schiaffo del cancro è stato che sarei dovuta tornare a Caprera a correre.

Ho pensato ai sentieri e alle strade dell’isola mentre, sedata, meditavo la fuga da quella lettiga che mi obbligava all’attesa pre-operatoria; tornare velocemente a Caprera e ai miei sport è stato uno dei mille pensieri in quel lunghissimo e indelebile lasso di tempo in cui il futuro ha la prospettiva di una manciata di muniti e ti senti così solo da non riuscire a respirare.

Ho pianto lacrime asciutte di sbigottimento quando mi hanno presentato su un foglio colorato di grafici l’osteoporosi grave. Ho compreso che la Vita mi stava obbligando ad essere un’altra da me; lontana dai sentieri, dalle rocce, dalle vie, dagli scorci, dalle onde e dal vento delle mie isole. Per sempre. Precocemente.

Nelle notti rese dolorose dalla lotta senza tregua fra espansore e pettorale per rendere esteticamente meno cruda l’assenza del seno, ho atteso il lucore dell’aurora invernale ripercorrendo con consolatoria memoria le orme lasciate a Caprera alla luce dell’alba; un’alba così diversa, così lontana.

Nel torpore obbligato della terapia, quando la mente e il corpo  vagavano per giorni e giorni in una dimensione senza alcuna energia, il cuore tornava alle sensazioni così forti e potenti di questa terra, di queste isole, del mio vivere con forza, determinazione e disciplina ciascun elemento.

Così è stato in questi ultimi mesi e ieri sera, dopo una giornata di strisciante insoddisfazione, senza alcuna premeditazione ho calzato le scarpe da corsa e sono andata a Caprera.

Scarpe da corsa, sì, ma di correre non se ne parla più e va bene comunque. Mi sono quindi ritrovata a marciare con le gambe storte come quelle degli atleti e, mentre stavo riappropriandomi di me stessa, il passato mi ha lambita.

In due momenti differenti l’ultimo uomo amato sul serio ha oltrepassato le mie orme. Anima Nera, lo definisco. L’unico con cui abbia avuto una passione irrazionale, totalizzante; un lungo amore incondizionato per cui è difficile trovare le parole. Piccole gabbie, le parole, che a volte non sanno rendere le sfumature dell’universo. E in questo universo c’è anche il dolore cupo, sordo e assordante dell’abbandono.

In questi ultimi anni ho paventato perfino il semplice incrociarlo e ieri sera, proprio nel momento tanto agognato del ritrovare me stessa, eccolo passare e per ben due volte.

Nulla.

Nulla e ho compreso che per quanto dolore si provi per un amore tradito, per quanta gioia si avverta per un amore corrisposto e per quanto quest’ultimo ci faccia sentire la pienezza dell’esser completi solo dell’altro, la Vita lenisce qualunque sentimento, soprattutto i timori.

Fino a ieri avevo paura di me stessa, di non esser più la ragazza di una volta e di non esser in grado di farmi una ragione per ciò che ho perduto. Anche l’amore.

Come io sono altro, così è la mia Anima Nera. Siamo ricordi e io sono finalmente libera.

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sua nonna 94enne

In una serata di metà agosto due amici di vecchia data s’incontrano per caso in un ristorante. Lui sui 55 anni, lei sui 45.

Dopo i convenevoli un poco superficiali come in genere si fa fra amici che non si vedono da tempo, Lui dice: Ti vedo bene; sei in gran forma.

Lei: Sì, ora sto bene. Ma devo dirti una cosa.

Lui: —

Lei: Lo scorso ottobre mi hanno diagnosticato il cancro, ho subito una mastectomia, a maggio mi hanno ricostruita e, per non farmi mancare nulla, mi hanno trovato l’osteoporosi grave alla spina dorsale. Non posso sollevare più di due chili altrimenti mi spezzo.

Lui (dandole una bella pacca sulla schiena): Beh, a mia nonna di 90 anni hanno fatto una doppia mastectomia e ora che ne ha 94 è ancora viva!

(lei, cioè io)
(lei, cioè io)

Lei: (si raddrizza, sorride e non dice nulla)

Lui: Possiamo uscire a cena una delle prossime sere così mi racconti.

Lei: C’è poco da raccontare, ti ho detto tutto e son contenta di esser qui. Comunque per la cena ok.

Lui: Bene, ti chiamo io… maaaa se usciamo me le fai vedere e magari anche toccare?

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Note: qualche mese fa ho scritto un breve Vademecum per chi volesse due consigli su cosa dire e non dire nel caso in cui un amico  confidasse che ha una malattia grave.

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Mi vergogno a scriverne ma devo farlo.

È da stamane che cerco di soffocare il desiderio di raccontare ciò che è accaduto. Infantile, dico. Assurdo, ripeto. Sei patetica, mi sgrido. Ed eccomi qui a scriverne con il vigore, la fermezza e l’impellenza del richiamo.

Stamane, sgranocchiando le dolcezze del primo mattino e attendendo che la casa si svegliasse del profumo canterino della moca, ho mollemente e distrattamente cliccato sul Google Doodle che è apparso all’accensione del computer. Trovo gustose le commemorazioni che propone Google e son convinta che i Doodle siano eccellenti compagni per i neuroni ancora intorpiditi. È come stare a tavola con qualcuno che ti racconta qualcosa di assai interessante, con un tono di voce pacato eppur coinvolgente e che non interrompe la narrazione dicendoti che sei strana nel sorridere di primo mattino.

Ma torniamo a noi. Ho quindi cliccato il Doodle:

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Ecco cosa è comparso: la commemorazione del centenario della nascita del fisico Anders Jonas Ångström.

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Immediatamente ho pensato “Eccoti!”.

L’iniziale stupore che ha sospeso il petto lasciandolo privo di alcuna consapevolezza, è stato lestamente scalzato da una promiscuità di sentimenti.

Ho iniziato a sorridere di una gioia spontanea e appagata per aver visto nuovamente il suo volto. La familiarità di quei tratti, lo sguardo, la fronte e soprattutto le lebbra mi hanno proiettata altrove. È stato un riconoscere quell’uomo; come se lo avessi amato così profondamente da tacerne l’esistenza per troppo pudore.

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Ed eccomi qui a sgridarmi mentre ne scrivo con il vigore, la fermezza e l’impellenza del richiamo.

pensieri ferragostani di una solitaria socievole

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La prova più evidente che esistono altre forme di vita intelligente nell’universo è che nessuna di esse ha mai provato a contattarci.

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Bill Watterson
Bill Watterson

Da solitaria socievole che sono, in alcuni periodi dell’anno provo un senso di estraneità e, in parte, di inadeguatezza. In genere questi intervalli hanno una durata di quindici, venti giorni; mi riferisco alle pause a cavallo fra Dicembre e Gennaio e a quello di metà Agosto.

Trascorro quindi ore e ore da solitaria d’eccellenza e mi sento proiettata in un intervallo temporale quasi onirico in cui qualunque avvenimento, uso o espressione sociale risulta buffo nel suo esser lontano da me. Mi dedico a tutte le attività amate: lettura, jazz, studio e sport (quest’ultimo molto praticato fino all’anno scorso); mi nutro quando ho fame, dormo quando ho sonno, gioco e ballo quando ne ho l’impellenza e ho amato di amor spensierato quando ho avuto occasione; dò anche un notevole spazio a quel borghesissimo sentimento che è la noia.

Negli anni ho trascorso questo intervallo temporale ferragostano in modi differenti: da turista in giro per il vasto mondo, nella italianamente newyorkese Milano e nella italianamente caraibica Sardegna.

Desidero soffermarmi sulle esperienze avute su suolo italiano. Nonostante gli ambienti differenti, la città vuota e la popolosissima località balneare, la sensazione di estraneità resta sempre la stessa.

Lungi da me avanzare alcuna facile critica al costume tutto nostrano di accantonare il concetto di sensato futuro per vivere in un ottuso presente; credo che in questo caso criticare non sia costruttivo visto che rischio di biasimare una cultura di cui sono anche io figlia e sommatoria. Sarebbe troppo semplice e italianamente tipico censurare e basta.

Ammetto comunque la mia estraneità alle abitudini e alle espressioni sociali peculiari di periodi come questo in cui un Paese intero si ritrova in un intervallo temporale rarefatto e in cui i comportamenti dei più sembrano seguire copioni surreali.

C’è chi impersona la parte dello sdegnato criticando con snobismo la fuga generale e generalizzata e urla l’iniquità nazionale che lo obbliga a vivere senza servizi e c’è chi interpreta la parte del vacanziero coinvolto a tutti i costi alimentando quindi un’atmosfera già di suo carnevalesca. Tutto sembra portato agli eccessi quando, invece, la realtà ci vorrebbe a un livello meno esasperato.

Da viaggiatrice torno con la memoria ai viaggi ferragostani in Paesi diversi dal nostro in cui un atteggiamento basato sul buon senso proietta tutti verso la modernità.

La verità sta come sempre in mezzo cioè nell’equilibrio di cui abbiamo molto bisogno.

La riflessione sulla battuta del bimbo Calvin alla sua tigre di pezza Hobbes (personaggi creati dal fumettista statunitense Bill Watterson) “La prova più evidente che esistono altre forme di vita intelligente nell’universo è che nessuna di esse ha mai provato a contattarci” mi fa sorgere un dubbio: siamo noi italiani a non esser contattati da altre forme di vita intelligente o siamo noi a non voler contattare altre forme di vita intelligente?

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piccolezze da ammettere

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Dovrei chiedere scusa a un amico e a me stessa per aver avuto un atteggiamento non solo poco gentile bensì ingiusto e profondamente scorretto. Inutile cercare ragioni che attenuino il senso di inadeguatezza per una piccolezza commessa a torto e che, a ben pensare, mi colloca fra i carnefici. 

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Nonostante l’obiettività non riesco, tuttavia, a fare alcun passo verso la mia vittima.


Siamo buffi nelle nostre piccolezze. Ammettiamolo e senza pudori, per favore.

Tutti.

Non bisogna avere alcuna terrifica malattia o disabilità, non occorre incarnare un qualunque fantasma del secolo o vivere sopra le righe o ai margini per notare e subire i poco gentili atteggiamenti e le piccolezze elargite dagli altri.

Alcune arrivano a tradimento, splendenti nel loro esser inattese, lasciandoci quindi attoniti a navigare in un senso di allibita solitudine simile alla bonaccia. Capita, infatti, che tali piccolezze siano donate avvolte da una malcelata distrazione o che le presentino sfavillanti in un mantello di sfacciataggine. E noi restiamo lì, immobili eppur decisamente arrabbiati. Semplicemente attoniti.

Capita che si debba ammettere che noi stessi si sia elargitori di piccolezze donando e impacchettando le medesime superficialità che tanto ci turbano. E capita di dover ammettere che non si hanno ragionevoli motivi per perseverare in un atteggiamento sgradevole per chi lo subisce e per noi stessi. Capita, e dobbiamo ammettere il nostro torto.

Mi riferisco a quegli atteggiamenti superficiali come un saluto mancato, un appuntamento disatteso, un vacuo braccio di ferro dettato dall’orgoglio, una telefonata rimandata per troppo tempo, una porta non tenuta aperta. Beninteso sto mettendo sullo stesso piano minime scortesie e medie inciviltà, qualche tradimento superficiale e piccole aspettative frodate.

Resta male chi le subisce e, ammettiamolo, anche chi le fa.

Devo ammettere che sto perseverando con arroganza, sfrontatezza e villania in un atteggiamento utile forse per esorcizzare una o più inconsapevole ed egoistica paura. Null’altro di conveniente né per me né per il mio amico.

In passato mi sono accorta troppo tardi degli errori commessi, mi sono tardivamente resa conto di essermi a torto sentita vittima quando in realtà sono stata carnefice. Dobbiamo ammettere che si è tutti convinti che il proprio mondo, il proprio orticello, è più importante di quello altrui. Si è convinti che la nostra sia una sensibilità superiore a quella dell’amico, dell’amante, del conoscente, dell’estraneo. L’arroganza ci accompagna e conduce la nostra ottusa presa di posizione.

Uno dei doni del cancro è la lucidità mentale e, nonostante le terapie rallentino i riflessi, si raggiunge l’obiettività in tempi molto brevi.

Dopo Lo Schiaffo e durante il calvario che ti tocca vivere, qualunque avvenimento cambia luce e, a volte, non si tinge di rosa. Anzi. Si diventa più schietti, franchi, genuini.

Lo scorso inverno oltre ad attraversare il tunnel in cui ti proietta l’Alieno, ho assistito a scene di non comune fantasia: c’è chi mi ha telefonato per recitare un mea culpa su mancanze avute nei miei confronti anche di venti anni fa; ex fidanzati magari un po’ violenti che mi hanno lasciata e ora pronti a giurare l’eccezionalità della mia persona e amore eterno nonostante io li abbia dimenticati da moltissimo tempo; amiche e amici che si fan vivi usando tutti gli strumenti possibili e spendendo byte e byte in mezze parole invece di proporre un fine settimana insieme da qualche parte; conoscenti che han cercato di portarmi in chiesa per una messa in mio onore, non sapendo che sono atea, che la domenica preferisco andare per mercatini e che non sono ancora morta; amici che han speso ore al telefono per convincermi dell’esistenza degli angeli custodi e che tutto in realtà ha un senso perché il mio destino è quello di donare amore all’umanità; mi han spedito testi sulla vita di guru buddisti di cui sicuramente incontrerò la reincarnazione grazie al cancro; e così via, tranne un normalissimo “andiamo a mangiare una pizza”.

Ora, scrivendo, ho compreso. Non faccio alcun passo verso la mia vittima perché desidero la normalità e in questo caso normale sarebbe litigare apertamente urlando il proprio dissenso; io l’ho fatto, il mio amico no.

Normalità è ammettere le proprie piccolezze ed esser anche carnefici in nome della propria normalità. La normalità ha un valore che non può esser tradito soprattutto quando nulla è più normale. Normalità non è giocare a fare i clementi a tutti i costi.