1909 Circolo Polare Artico (racconto per mio diletto ed, eventualmente, per chi ha molta pazienza)

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Noi siamo coloro che hanno accarezzato la nostra anima al di là di qualunque pregiudizio.

In quel 1909 terminò un periodo di audacia e luce la cui lunga ombra, oggi più che mai, colma di riflessioni il mio vecchio cuore. In questo taccuino spero di rendere onore a quegli uomini e donne la cui grazia ha abbattuto tutti i confini.

Marie Ahnighito Peary Stafford

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Marie Ahnighito Peary Stafford (12.09.1893 – 16.04.1978)

Ahnighito. Il nome del mio cuore.

Lo stesso cuore che fu avvolto da un un abito di pellicce non appena le mie dimensioni permisero a una madre inuit di imbastirne uno. Fino ad allora le donne, gli uomini e bambini con cui condividevamo i lunghi freddi e le ombre del Circolo Polare Artico mi chiamavano Ah-Poo-Mik-A-Ninny cioè “bimba di neve”.

Ahnighito

Il colore candido della mia pelle e i fini capelli biondi erano per queste genti minute, dai tratti scuri e dai volti gentili e larghi come le loro anime, motivo di meraviglia e quindi di tenero affetto.

Non c’era giorno in cui non donassero a mia madre oggetti e sorrisi per il cucciolo di cui volevano solo vedere gli occhi azzurri e baciare le piccole braccia così chiare da lasciar stupiti.

Per i primi mesi della mia lunga vita e in onore al calore degli inuit, mia madre mi chiamò quindi Snowbaby.

Ah-Poo-Mik-A-Ninny o “la bimba di neve”, coccolata da una donna inuit

Ma non è di me stessa che desidero narrare.

Sono trascorsi poco meno di settant’anni da quel 1909 in cui, solo sedicenne, cominciai a comprendere l’eccezionalità delle persone che contribuirono a rendere straordinario il nostro vivere. Oggi posso sostenere che fummo tutti precursori inconsapevoli di tempi e costumi e, quindi, di un modo di esser paghi di noi stessi.

Ci sentivamo realizzati e privi della tanto moderna arroganza nel definire e propugnare tale termine. Le nostre esistenze erano in tacita sintonia l’una con l’altra, senza porci troppe domande.

Mappa delle spedizioni di Peary dal 1892 al 1909

In quel lontano aprile del 1909 mio padre, l’Ammiraglio Robert Edwin Peary, assieme a zio Miy Paluk, a quattro eschimesi e a quaranta cani da slitta, raggiunsero il Polo Nord.

Una conquista che determinò il destino di tante vite, le nostre e quelle dei molti che con garbo e genuinità non posero limiti all’incontro fra tradizioni e culture differenti.

Il tutto iniziò circa vent’anni prima in un caldo maggio al porto di Brooklyn in cui mio padre e mia madre, Josephine, salparono con la goletta Kite per un viaggio di un anno. Si trattava di una spedizione esplorativa e scientifica e, proprio nel corso di tale attraversata, ebbero origine le controversie e il difficile rapporto fra mio padre e l’uomo che sostenne di aver raggiunto per primo il Polo Nord nel 1908 cioè un anno prima di lui.

Frederick Cook, allora imbarcato come medico della North Greenland Expedition, dissentiva sulla presenza di una coppia di sposi a bordo della Kite e, in particolare, non gli riuscì di dissimulare la disapprovazione per la presenza della prima donna americana a una spedizione in Artico cioè di mia madre. Non ne comprendeva il senso dato che le spedizioni scientifiche e le esplorazioni erano faccende da uomini.

Alcuni dei componenti della North Greenland Expedition, da sinistra: Cook, Henson, Astrup, Verhoeff, Josephine, Peary

Nonostante ciò, Cook si dimostrò medico preparato e illuminato, ottimo esploratore e prezioso collaboratore nel corso di quel lungo 1891.

Il suo pregio maggiore fu quello di intuire la necessità di trovare eschimesi disposti ad affiancare i membri della spedizione durante la loro permanenza in quella terra inclemente. Grazie alla sua intuizione, i miei genitori si avvicinarono alla cultura di un popolo straordinario. Un legame che non smisero mai di coltivare e, a loro modo, di rispettare.

Ancora oggi, intimamente, ritengo sia stato un peccato che mio padre e Cook si siano persi a causa di piccole gelosie proprio agli albori di una vita di spedizioni alla scoperta di quel misterioso mondo in cui il trascorrere del tempo è così inconsuetamente sospeso e noi si è richiamati all’essenza dell’essere.

Non smetto di chiedermi come sarebbe andata se solo fossero stati più indulgenti l’un con l’altro.

Nativi della Groenlandia e alcuni membri dell’equipaggio della Kite

A bordo della Kite c’era anche zio Miy Paluk; a quell’epoca si era imbarcato ufficialmente come cameriere personale dei miei genitori. Era un nero nato libero, rimasto orfano da giovane e assai abile, forte e affidabile. Mio padre lo conobbe qualche anno prima nel corso di una spedizione nella giungla centroamericana e ne apprezzò le doti organizzative e la raffinata intelligenza tanto da proporgli di diventare il suo sottotenente.

Tutti lo conoscono come Matthew Henson ma per me è e resta zio Miy Paluk, come lo chiamarono gli inuit quando lo videro per la prima volta nel 1891.

Il suo nome entrò nella leggenda della storia delle spedizioni statunitensi al Circolo Polare Artico. Definito da mio padre “uomo imprescindibile” senza cui nulla si sarebbe potuto realizzare, zio Miy Paluk fu il primo uomo nero d’America a oltrepassare i confini geografici e umani abbattendo preconcetti e odiosi costumi solo con la forza del suo esser sempre se stesso.

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Ricordo lo sguardo profondo e dolce, la sua compostezza e la fermezza nei modi, la gentile affabilità con cui riusciva a calmare i capricci di bimba e la voce calda con cui accoglieva e rispondeva a tutte le mie domande di giovane signorina.

Senza la presenza e il supporto di Miy Paluk mio padre non avrebbe mai conquistato il Polo Nord, di ciò son certa.

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Al di là delle gesta e degli intenti di tanti arditi ed ambiziosi uomini, il nostro vivere è stato così straordinario grazie alla sintonia e all’armonia trasmessaci dai nativi della Groenlandia. In particolare, mi riferisco alle luminose, minute e preziose donne inuit.

Oggi e solo in questi ultimi anni della mia vita, ora che le nostre imprese e battaglie giacciono soffocate dalle ombre dell’oblio che leva stridore alle umane vicissitudini e dona spessore alla Storia, posso finalmente parlare di due eccezionali donne inuit e dei loro figli.

Josephine Diebitsch Peary con una donna inuit e i suoi due figli

Ahlikahsingwah e Akatingwah. Mi era difficile pronunciare i loro nomi ma era semplice stare in loro compagnia; le chiamai Ahli e Akati e di loro ricordo gli ampi sorrisi e l’incondizionata disponibilità a donarli.

Una amò mio padre e l’altra zio Miy Paluk. Quegli uomini venuti da lontano cambiarono i destini di queste minute donne e determinarono quelli dei loro discendenti in un modo tanto differente quanto i loro caratteri e propensioni.

A partire dal 1891 fino al 1909 furono intraprese molte spedizioni verso il Polo e la convivenza con gli inuit divenne sempre più stretta ed essenziale sia per la sopravvivenza sia per la buona riuscita delle missioni. Mio padre si avvalse dell’aiuto degli uomini e delle loro mute di cani per ottimizzare tutti i lavori di preparazione e per le spedizioni stesse e zio Miy Paluk fu il tramite fra lui e gli indigeni.

Peary con una muta di cani da slitta

Fu molto semplice, per noi americani, adattarci agli usi degli inuit.

Questi erano molto uniti fra loro ed avevano un senso della condivisione per noi sorprendente. Gli uomini si portarono appresso figli e mogli e tutti loro resero la quotidianità più semplice in una terra a noi in realtà sconosciuta e avversa.

Peary su una non precisata imbarcazione con alcuni inuit a cui fa dei doni come riconoscimento per la loro collaborazione

Alcune abitudini, però, scandalizzarono mia madre e, fra queste, un paio la misero in imbarazzo. Ad esempio, fra gli eschimesi era uso comune condividere la moglie con i visitatori. Inoltre le donne, quando al riparo negli igloo, avevano l’abitudine di spogliarsi dalla vita in su rimanendo a seno nudo anche davanti ad estranei.

Ala luce di tanta spontaneità, ritengo sia semplice immaginare quanto le due culture, la nostra tanto gerarchica, rigida e organizzata in caste e la loro così essenziale e genuina, trovassero dei punti di incontro che non posso altro che definire distensivi.

In questa atmosfera mio padre conobbe Ahlikahsingwah. Da subito la definì la più bella delle inuit e, nonostante fosse sposata, ne fece la propria concubina. Complice di tale rapporto fu anche la presenza sporadica di mia madre in Groenlandia poichè impegnata negli Stati Uniti nella mia educazione rigorosamente americana e nel reperimento dei fondi per le spedizioni di mio padre.

Ahlikahsingwah fotografata da Peary in una posa considerata scandalosa

Ahlikahsingwah rimase accanto a mio padre per sedici anni e gli diede due figli. Mi piaceva trascorre le giornate con lei e i piccoli Anaukaq e Kali. Con loro tutto era semplice e spontaneo. A quell’epoca non sapevo che erano miei fratelli e tanto meno che Ahli fosse, per gli inuit, la compagna ufficiale dell’Ammiraglio venuto da lontano; in genere a chi è più coinvolto in delicate questioni private è concesso sapere la verità troppo tardi. Così fu per me.

Mio padre, uomo dal fisico imponente e dai modi intransigenti, era noto per la sua professionalità, per il valore militare e per essere un esempio di mascolinità. Fu eccelso esponente e interprete dei suoi tempi. In ciò la sua grandezza e, oggi posso dirlo, il suo limite.

Ammiraglio Robert Edwin Peary

Egli si riferì sempre ai nativi con definizioni oggi rivelatrici di un senso di dominanza che mi procura imbarazzo.

Sì, nonostante abbia amato incondizionatamente mio padre e nonostante abbia dedicato parte della mia vita a onorare le sue imprese, qui posso scrivere che mi si gela il cuore nel riflettere su un aspetto del suo agire che mi lascia avvilita.

Qui e ora posso scriverlo.

Ricordo come fosse ieri la sua risata profonda eppur sonora mentre definiva gli inuit come “i miei eschimesi” o “i miei figli”. Allora non mi era ancora chiaro il tipo di atteggiamento coloniale che sottintendeva a tali definizioni. Leggendo la sua autobiografia, oramai adulta, mi son resa conto dell’iniquità dei modi di mio padre nei riguardi delle donne inuit. E, in fondo, anche di mia madre.

Ammiraglio Robert Edwin Peary

La compagnia femminile delle eschimesi è una necessità“, cito non senza provare brividi, “perché non solo procura soddisfazione ma è necessaria per mantenere in salute sia il fisico sia la mente e per serbare la virilità ai massimi livelli.

Le donne bianche come mia moglie non sono conformi, solo le donne inuit come Ahlikahsingwah sono adatte perché intrinsecamente sfrenate e prive di falsa modestia e timidezza.

Dispensare donne inuit ai membri dei suoi equipaggi era per lui costume a dimostrazione della sua dominanza sia fisica sia mentale sui nativi della Groenlandia. Ciò lo lessi in una biografia a lui dedicata molti anni dopo la sua morte; ne chiesi conferma a zio Miy Paluk e lui, con il suo consueto affabile e sereno modo di fare, mi disse che erano tempi e terre in cui certe cose avevano un ordine diverso.

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Non so, forse è proprio così, forse si è trattato di una consuetudine.

Ciò che il mio cuore ricorda sono i momenti di levità e spensieratezza in compagnia di Ahli, le carezze, il cibo da lei preparato, il suo sguardo spontaneo di ragazza e la pacata saggezza di piccola donna. I gesti brevi e materni delle sue minute mani.

Ho saputo poco tempo fa che quando mio padre lasciò la Groenlandia nel 1909 Ahlikahsingwah e i miei fratelli, Anaukaq e Kali, vissero esistenze ai margini della comunità inuit a cui erano invisi perché mezzosangue. Di sicuro un’eredità; hanno subito le conseguenze del comportamento poco rispettoso di mio padre nei confronti della cultura inuit.

Oggi non posso che provare mortificazione e avvilimento e un senso di frustrazione per non aver aperto occhi e anima prima che fosse troppo tardi.

Ahlikahsingwah con Anaukaq, figlio di Peary, e Marie Ahnighito mentre giocano a farsi fotografare

Diverso fu l’amore fra zio Miy Paluk e Akatingwah.

Diverso l’uomo.

Zio era molto amato dagli inuit; fin dalla prima spedizione si distinse per il colore della pelle, assai vicino a quello del popolo locale, e soprattutto per la gentilezza di carattere e la disponibilità. Si immerse totalmente nella cultura dei nativi e fu l’unico a imparare tutte le sfumature della lingua inuktitut dimostrando sempre un rispetto profondo per la cultura eschimese. Fu l’unico e sostanziale tramite fra i bianchi americani e gli eschimesi tanto da esser considerato dagli inuit un loro pari e da far ripetutamente affermare a mio padre che “Henson è stato più eschimese di alcuni di loro“.

Nel 1912 pubblicò il libro “A Negro Explorer at the North Pole”; l’ho letto e riletto e riletto indugiando nelle pagine dedicate agli amici inuit. In queste mi abbandono alla grazia e intelligenza con cui zio descrive i loro costumi e la memoria giunge in aiuto ai miei sensi nel ricordo di suoni, odori, sapori, voci, sguardi mani e gesti.

prima edizione (1912)

Non posso non trascrivere in questo taccuino alcuni passi; lo devo a me stessa per non dimenticare l’intelligenza, la raffinatezza e la lungimiranza con cui Miy Paluk si avvicinò a questo straordinario popolo.

“È il popolo più bonario sulla terra, senza cattive abitudini proprie ma con una capacità ad assimilare troppo velocemente i vizi della nostra civiltà “. “È mia convinzione che la vita di questa piccola tribù sia condannata e che l’estinzione è quasi obbligata. La causa sarà da ricercare in parte nella loro stessa natura e in parte negli sforzi fuorvianti di noi persone civili nell’imporre loro abitudini non corrette. “

“È un popolo molto umano e, nonostante la dieta sia praticamente di sola carne, il loro temperamento è dolce e mite e vi è una grande quantità di affetto tra loro. Raramente litigano e non sanno che sia l’animosità, il rancore e la vendetta. I bambini sono un bene prezioso, sono molto amati, mai rimproverati o puniti e non sono viziati. Una madre esquimo lava il suo bambino allo stesso modo in cui un gatto lava i suoi gattini.”

donna inuit non identificata conio proprio bambino e un cucciolo di cane

“È triste pensare alla sorte dei miei amici che vivono in quella che un tempo era una terra di abbondanza e che oggi, a causa dell’avidità della nostra società commerciale, sta diventando una terra di frigida desolazione. Le risorse di cibo sono praticamente scomparse, i trichechi saranno rapidamente sterminati, le renne e buoi muschiati anche. I cacciatori sono obbligati a spostarsi nell’entroterra, quando, fino a venti anni fa, la caccia era limitata alle coste e al mare, fonti di vita.”

“È vero che gli esquimesi sono di poco valore per il mondo commerciale, probabilmente a causa della loro posizione isolata ma queste stesse persone così ignoranti e incivili hanno reso un valido aiuto nella scoperta del Polo Nord. “

Matthew A. Henson con alcune slitte da lui studiate e costruite su indicazione degli inuit e adattate per la spedizione al Polo Nord del 1909

Non so quando iniziò la storia d’amore fra zio Miy Paluk e Akatingwah. Anche lei aveva un marito eschimese ed è noto che ella si avvicinò a zio senza alcuna riluttanza, anzi.

Akati era semplicemente luminosa e ciò che conquistava era il suo sorriso e la dolcezza nei modi. Sempre allegra, sempre disponibile, mai con un’ombra a offuscare la luce del volto. Partorì l’unico figlio di zio, il bellissimo Anaukaq.

Akatingwah con il figlio neonato di Matthew Henson, Anaukaq

Li ricordo sempre lievi a parlottare fitto fitto nei momenti in cui non erano impegnati in tutte quelle gravose e lunghissime attività quotidiane per rendere meno difficile la nostra permanenza in quella terra a noi tanto avversa. Ricordo l’affetto e che non riuscivano a stare separati, sempre insieme, sempre con un breve contatto fra loro, un tenersi per mano, un accenno di abbraccio, un guardarsi con profonda intesa.

Matthew Henson e Akatingwah

Erano semplicemente felici. E lo furono per tutti gli anni in cui zio Miy Paluk tornò in Groenlandia per le otto spedizioni che lo resero famoso. Il rispetto di zio per quel popolo soave si rifletteva nel suo amore per Akati e quando dovette seguire in patria mio padre per l’ultima e definitiva volta, la tribù era convita che partisse con la sua moglie eschimese e il bimbo.

Così non fu.

L’epoca, la nostra società così rigida in cui zio non era comunque degno di privilegi, non dava spazio agli amori veri.

Miy Paluk era sposato con un’altra donna, un’afro-americana, a cui comunque portava rispetto. Fu così che Akati rimase in Groenlandia ed è noto che il suo sorriso si spense. Ma non lo spirito del loro amore che diede origine a una discendenza di uomini e donne felici a cui Miy Paluk lasciò il suo cognome riconoscendone la legittimità.

Mi raccontò, in un pomeriggio dei nostri, che non ebbe più occasione di tornare in Groenlandia ma che riuscì, negli anni e ripetutamente, ad avere notizie di Akati e Anaukaq da altri esploratori amici e confidenti. Questi gli riferirono che il ricordo e la stima degli inuit per lo zio fece sì che Akati non patisse troppo la solitudine e che rispettarono la discendenza di Miy Paluk come appartenente alla loro comunità.

Anaukaq Henson, unico figlio di Matthew Henson

Anaukaq ebbe cinque figli e una figlia e sono venuta a sapere che ha moltissimi nipoti.

6 aprile 1909 la conquista del Polo Nord. Nella fotografia sono ritratti Peary, Henson e tre delle quattro guide eschimesi. Il quarto ha scattato questa foto.

Il 6 aprile 1909 è noto al mondo per la conquista del Polo Nord; per me si tratta della fine di un’epoca straordinaria in cui uomini e donne, dai tratti scuri e dall’anima ampia come la loro terra, con intelligenza e grazia rare hanno accarezzato la nostra anima al di là di qualunque pregiudizio.

Le quattro guide inuit che permisero a Peary ed Henson di raggiungere il Polo

Oggi gli esploratori si chiamano astronauti, vanno verso altri ignoti.

In questo anno della mia vecchiaia noi abbiamo inviato un esploratore meccanico verso Marte, il suo nome è vichingo (Viking 1), come il popolo che conquistò anche la Groenlandia.

In questo anno della mia vecchiaia i russi hanno in orbita i nuovi esploratori su una nave battezzata unione (Sojuz 21).

In questo anno della mia vecchiaia non posso non chiedermi delle vite degli uomini e delle donne di cui oggi nessuno parla e a cui tutto si deve e, da madre, provo imbarazzo nel chiedermi se sono stata in grado di trasmettere ai miei figli la grazia e il rispetto in cui ho vissuto quando mi chiamavano Ah-Poo-Mik-A-Ninny cioè “bimba di neve”.


 Note di Nin:

Il taccuino è una mia invenzione e le considerazioni della sua autrice anche. Personaggi e ambientazioni sono rigorosamente veri e documentati.

Per saperne di più consiglio le seguenti LETTURE: (in lingua inglese)

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Di Josephine Diebitsch Peary “The Snow Baby” 1901 https://archive.org/stream/snowbabytruestor00pear#page/n7/mode/2up

Nearest the north pole

Di Robert E. Peary ” Nearest the Pole” 1907 http://www.archive.org/stream/nearestpolenarra00pear#page/n9/mode/2up

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Di Matthew A. Henson “A Negro Explorer at the North Pole” 1912 https://archive.org/stream/cu31924029882739#page/n9/mode/2up

Alcuni FILMATI:

Presentazione della mostra al Bowdoin College’s Peary-MacMillan Arctic Museum USA per il centenario della conquista del Polo Nord del 1909 (durata quasi tre minuti, lingua inglese)

Originale della partenza della nave Roosvelt da New York verso la Groenlandia alla conquista del Polo Nord: 16 luglio 1905, location: Dock on Hudson River, New York, N.Y., riprese di G.W. ”Billy” Bitzer (durata più di quattro minuti, assenza di audio)

Originale del 1932, primo di quattro reportage del viaggio di Marie Ahnighito Peary Stafford da New York a Cape York nel nord est della Groenlandia per la costruzione e l’inaugurazione del monumento dedicato a suo padre Ammiraglio Robert E. Peary (durata quasi 10 minuti, audio a tratti in lingua inglese)

CURIOSITÀ:

I discendenti di Matthew Henson e di Akatingwah nel corso di una loro visita negli USA nel 1992
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Una pubblicità della Toyota a celebrazione del mese della storia dei neri d’America in cui è ritratto Matthew Henson

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22 commenti Aggiungi il tuo

  1. vittoriot75ge ha detto:

    Cosa posso dire se non STRAORDINARIO?!
    Complimenti davvero Nin! 🙂
    Amando il freddo, poi, ho particolarmente apprezzato l’ambientazione.

    Ma la moglie da “condividere”…no, grazie 🙂

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    1. ninjalaspia ha detto:

      Grazie, Vittorio! Mi fai diventare rossa rossa, giuro.
      Mi fa piacere che l’ambientazione sia vicina ai tuoi gusti, in genere in ambienti tanto ostili si trovano storie grandi. Per la moglie da “condividere” che dire…basta on sentirsi inuit e il resto è grasso che cola! 😉
      Un abbraccio, stella. Piciùk

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      1. vittoriot75ge ha detto:

        Tanti tanti :-* a te!

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  2. tachimio ha detto:

    Semplicemente grandioso.E oltre al post semplicemente grandiosa Tu.Un bacio. Isabella

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    1. ninjalaspia ha detto:

      Hey, Isabella, grazie! Mi fa piacere abbia letto di una piccola mia fatica, un modo per ingannare il tempo e per non perdere di vista me stessa attraverso anche altrui vite.
      Ti abbraccio forte, stella mia, e buon fine settimana. Piciùk

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      1. tachimio ha detto:

        Buon fine settimana anche a te cara.Isabella

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  3. arielisolabella ha detto:

    Bellissimo viaggio! 🙂

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    1. ninjalaspia ha detto:

      Grazie, grandi imprese, grandi persone, storico viaggio verso i confini …anche di noi stessi.
      Un grande bacio a te 😉

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  4. 65luna ha detto:

    Semplicemente grazie! Buon sabato,65Luna

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    1. ninjalaspia ha detto:

      Grazie a quelle donne e a quegli uomini che ci fanno riflettere e grazie a te per i minuti di lettura 😉 😀
      Un forte abbraccio e piciùk 😉

      Mi piace

  5. tramedipensieri ha detto:

    Straordinario!!
    L’ho letto tutto d’un fiato e conto di rileggerlo con calma tanto mi è piaciuto.

    la riflessione della figlia sul padre, beh…mi fa riflettere sull’atteggiamento di tanti uomini. La sua analisi non fa una piega.

    L’invadenza dei saccenti occidentali\orientali\nordisti\sudisti chiamiamoli come vogliamo…. è terribile!
    Sempre lì a modificare ed insagnere la loro “civiltà” ma non possono lasciare intatto ciò che trovano?

    Complimenti davvero
    un forte abbraccio
    .marta

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    1. ninjalaspia ha detto:

      Grazie Marta. La tua analisi mi lusinga, sul serio. La cronaca della vita di queste persone è ricca di spunti fra cui, senza dubbio, quello relativo alla prepotenza di alcuni su altri. Un tema antico eppur moderno; come la riflessione che ciascuno di noi dovrebbe fare in modo obiettivo sui limiti della nostra società, dei nostri famigliari e di noi stessi. Forse solo così potremmo definirci uomini moderni. Ma il passato e la storia, si sa, si ripetono ciecamente. Sempre. E il superare la nostra supponenza con un atto di storica onestà è il passo più difficile.

      Grazie a te, Marta e ora sì che ti dò un forte abbraccio 😉

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  6. vagoneidiota ha detto:

    Non ho parole.
    Mi hai lasciato senza fiato ninja.
    In the waiting line – zero 7
    Notte.

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    1. ninjalaspia ha detto:

      Buon giorno! 😀
      Hai lasciato tu senza parole me, sul serio. Brano perfetto, direi, come finale di storia. Sai sempre come interpretare con sensibilità 😉
      Grazie per tutto

      http://grooveshark.com/s/In+The+Waiting+Line/pQXAx?src=5

      Mi piace

  7. elinepal ha detto:

    Straordinaria la storia e bellissimo il modo in cui l’hai narrata! Bravissima!!

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    1. ninjalaspia ha detto:

      Ciao 😀
      Grazie. Le persone di questa storia sono state decisamente particolari, il riflettere sulle loro vicende mi ha aiutata a fare riflessioni su me stessa.
      Lieta sul serio ti sia piaciuto 😉
      Buona domenica. Piciùk

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  8. gianca ha detto:

    La voglia di scoprire e la curiosità del sapere,quello che manca nel presente,hanno fatto di questi Uomini degli Eroi senza tempo.Grazie per il Tuo tempo e la pazienza. giancarlo 🙂

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    1. ninjalaspia ha detto:

      Ciao Giancarlo!
      Grazie a te per aver trascorso più di qualche minuto a leggere di una storia affascinante di uomini forse più moderni di noi…nonostante tutto.
      Mi fa veramente piacere che tu sia qui e grazie per i preziosi reblog. Mi rendi sempre molto orgogliosa. 🙂

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      1. gianca ha detto:

        Le cose piacevoli e interessanti è bene condividerle 🙂 Grazie a Te.

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  9. massimolegnani ha detto:

    complimenti, sei partita da una immedesimazione impegnativa per farci fare un viaggio affascinante su un binario parallelo alla realtà.
    ml

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    1. ninjalaspia ha detto:

      Ciao 🙂
      Grazie. In effetti ho cercato di calarmi nelle considerazioni di una donna spettatrice, oggetto e soggetto di una lunga vita coronata da persone e vicende straordinarie. Mi son chiesta, una vota anziana, quali sarebbero state le sue riflessioni di Donna.
      Grazie per il complimento e per aver notato lo sforzo.
      😉

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