a cena con i bambini

Sono stata a cena con un gruppo di bambini.

Quelli che nel 1945 avevano fra i 5 e i 9 anni; nel ’68 circa 25; nel ’85 battevano i 45 e che oggi hanno più o meno 75 anni.

Ho riso tutta la sera senza grandi sforzi notando che questa generazione è forse la più gaudente che ci sia. Amano la leggerezza della vita. Mangiano, ridono, bevono, viaggiano, chiacchierano, ballano, programmano.

Hanno riti delicati come donare un piccolo cadeau a tutte le signore ogni volta che si trovano a casa dell’uno o dell’altro. Oggettini da nulla ma che hanno un valore profondo: il ricordo dell’incontro e dell’esser stati assieme.

Affrontano gli argomenti più spinosi con una luce negli occhi particolare e con una levità scevra comunque di superficialità.

Sono i bambini dell’Ultima Guerra, quei bambini che spiegano quanto sia diverso il sibilo di un proiettile vero rispetto a quelli vari e falsi riportati dai film. Un rumore che è anche brivido indimenticabile; nel frattempo, ti sorridono assaporando gli spaghetti.

Raccontano con la medesima leggerezza di facezie e di esperienze di vita.

Uno di loro, un dentista, mi ha brevemente accennato che per anni la vista del sangue lo impressionava tanto da lasciarlo senza respiro e compromettergli parte del lavoro. Indagando in se stesso, si è ricordato della prima volta in cui vide quel tono di rosso cupo. Lo avevano messo in una gerla, lui bimbo di 6 anni, perché dovevano scappare velocemente. Percorrendo le valli, incontrarono alcuni partigiani che cingevano in gruppo un giovane ferito e, per soccorrerlo e portarlo al riparo, avrebbero dovuto trasportarlo. Usarono quindi la gerla dove fino a poco prima il mio amico bimbo era rannicchiato. Uscendo dalla grande cesta vide le ferite del ragazzo, vide quel tono di rosso cupo e non lo dimenticò mai più.

Alla cena a cui sono stata c’era luce negli occhi dei conviviali; c’erano i bambini oramai vedovi e comunque in coppia e c’erano quelli che hanno avuto esperienze grevi e comunque pronti a un viaggio in Brasile; tutti con il sorriso negli occhi nonostante i loro figli siano laggiù, emigrati in Brasile per non soffocare e annullarsi nell’Italia ricostruita.

“Non preoccuparti, bimba. Cancella l’ombra dai tuoi occhi che tutto passa! Credimi.”

GERLA 1

Ggerla 2

bambini

2 Comments Add yours

  1. nonsobenecosa scrive:

    Questi bambini stanno tanto simpatici anche a me.

    Quattro fanno parte della mia famiglia.

    I miei ragazzini raccontano con più partecipazione i loro ricordi e rivivono ogni istante della loro presenza a quella guerra. Le bimbette, una decina d’anni più giovani, ricordano la famiglia e le sirene, tanto rumorose.

    Quante cose ci fanno vivere questi giovincelli che han passato una vita di esperienze diverse, son cresciuti con l’Italia e ne hanno visto le tante trasformazioni.

    Hai proprio ragione: “Affrontano gli argomenti più spinosi con una luce negli occhi particolare.”
    Ho proprio tanto da imparare.

    1. ninjalaspia scrive:

      Sì, abbiamo tanto da imparare. Credo che se si avesse più spirito di osservazione verso le generazioni che ci hanno preceduto, forse tutti noi riusciremmo a trovare le risorse che pensiamo di non avere.
      Un salutone ai tuoi luminosi bambini😉

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