Max

Ci sono vissuti che non puoi dimenticare.

Molti sono modesti, quasi scontati, e proprio perché semplici non ti abbandonano mai.

Ho viaggiato a lungo e mi sono trasferita a vivere in tante località esotiche assecondando le stagioni del mio cuore e lo “stomaco”, cioè l’istinto. Negli ultimi anni ho vissuto nell’isola dell’isola, cioè in uno scoglio della Sardegna. Questa piccola isola, che non è figlia minore bensì la splendente estensione della maggiore, è popolata da persone e animali che restano nel cuore.

Sia ben chiaro, si tratta sempre di un microcosmo dell’italietta di cui tutti sappiamo con tanto di meschinità, provincialismi, diffidenze, litigiosità e tutto il panorama delle invidie umane. Non è semplice vivere lì per le “menti aperte” ma è meraviglioso per i cuori grandi.

Nel corso del mio primo inverno isolano son rimasta stupita da tanti aspetti di questo vivere in sintonia con la natura. Per esempio, lì non è necessario vestirsi, basta coprirsi. La differenza è essenziale. Il vento del Nord la fa da re e il tempo cambia talmente repentinamente e in modo così estremo che non puoi che difenderti coprendoti. Sole, pioggia, grandine, neve e vento costante, ecco i principali capi di vestiario a disposizione nell’armadio.

All’isola non si possiede un cane, vivi con i cani. Il rapporto paese/cani è dei più spontanei, indiscutibile e genuino.

Ci sono i cani randagi, quelli abbandonati o nati liberi. Vivono in branco e sono assai agguerriti perché devono combattere, lontani dal paese, contro il predominio del nemico primo, i cinghiali. Quei pericolosissimi maiali grandi come panchine e dagli occhietti gelidi e spietati; i cacciatori di cani. S’incontrano i branchi di randagi solo al tramonto o all’alba quando ci si addentra nel cuore dell’isola dove tutto è inaccessibile. Ogni tanto s’incroci i più giovani che gironzolano per i sentieri maggiormente aperti. Il paese fa finta che i randagi non esistano e gli anziani minacciano i bimbi di lasciarli nel cuore della terra dei cagnacci se non fanno i bravi.

Ci sono i cani dei guardiani delle isole, dei manutentori dei fari e dei marinai dei traghetti che fan da spola per l’isola maggiore. Sono bestie mansuete, in genere di mole, con tanto pelo ispido e infeltrito. Camminano lentamente e seguono il padrone, ti guardano con occhio vacuo e proseguono indifferenti.

Ci sono i cani di proprietà, in genere mictro-topi di moda, che vivono in casa. Non si vedono mai in giro.

Ci sono i cani da lavoro che spendono la vita nei terreni cintati a far la guardia. Li sbirci quando, passando velocemente, vedi il muso serio oltre le recinzioni.

Ci sono i cani di famiglia che escono al mattino quando i bambini vanno a scuola e iniziano la loro giornata gironzolando per il paese. Formano anche gruppi, cricche. La sera rientrano a casa per cena.

Ci sono i cani adottati dal paese, quelli che non hanno più una famiglia. Vivono per i vicoli del centro storico, sulla banchina del porto, stanno sdraiati sui gradini del palazzo del Comune o sulle soglie dei negozietti. I macellai danno loro gli scarti di giornata, il panettiere le pagnotte invendute, i ristoratori il pesce avanzato. Il veterinario li assiste quando qualche paesano segnala che qualcosa non va. Sono bestie solitarie ma non sole. Sono animali amati coralmente ed è di uno di loro di cui vorrei lasciare un ricordo.

Max

Un grasso, rosso, enorme incrocio di Siberian Huski. Se ne è andato qualche anno fa all’età di 15 anni.

La prima volta che lo vidi fu in traghetto. Scoprii presto che era rimasto orfano e che tutti i giorni prendeva il traghetto per raggiungere la riva dove, una volta, lavorava il padrone. La sera riprendeva il mare per dormire e ripararsi negli antri dei portoni del centro del paese vicino alla vecchia casa ove abitava con il padrone. Ha proseguito così per anni, tanto da far notizia per giornalisti di testate nazionali e internazionali.

Una volta Max sbagliò traghetto e prese quello per Napoli. L’equipaggio, che lo conosceva bene, non lo fece sbarcare nel porto partenopeo, e lo riportò o quindi in Sardegna.

Intelligente, fiero e mansueto, negli ultimi anni Max era troppo debole per fare la spola e lo vedevi sdraiato nella piazza del Comune a osservare in modo distaccato il rado passeggio invernale e quello ridanciano e colorato dell’estate. Era Max. Solo e grandiosamente Max.

Max mi è rimasto nel cuore. Ricordo, una volta, di essermi avvicinata a lui mentre dormicchiava all’ombra netta di un luglio troppo assolato. Temevo che avesse sete. Lo toccai e il suo sguardo mi regalò la calma e la serena consapevolezza. Quella consapevolezza di essere qui e ora. Per sempre.

La Madda 1

2 Comments Add yours

  1. Silvia scrive:

    Che bella la storia di Max e quanto , noi umani , abbiamo da imparare da loro bacio Ninja

    1. ninjalaspia scrive:

      Hey!
      Lieta ti sia piaciuto il grande, enorme, infeltrito Max.😉

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