Noi, quelli cronici

Ieri ho pranzato con una persona rara, intelligente, preparata e di sensibilità eccezionali. Mi ha detto che segue il blog e che è incuriosita dalla malattia, dai particolari del percorso. Mi ha intervistata su come mi han detto che ho il cancro, cosa significa e che sensazioni procura ricevere Lo Schiaffone temuto da tutti, come ci si destreggia fra medici e terapie, come si percepisce il futuro. Quali sono le speranze.

Dopo lunghe chiacchiere di racconti dettagliati su un argomento considerato difficile e pesante, ho notato che ci si intendeva benissimo e in leggerezza. E ho capito! Questa persona è sì sana o, meglio, non è cancherata ma è cronica. Ha una malattia cronica anche lei ma non nel senso stretto della definizione.

Siamo tutti malati cronici. Parlare di cancro non è parlare di una malattia ma di uno stato. Provo quindi a spiegare perché credo che si sia tutti dei malati cronici; vediamo se ci riesco.

Il cancro è una dimensione e lo dico da persona sana. Io sono sana, ho pensieri, gusti, desideri pressoché invariati. Il mio linguaggio è da persona comune, magari solo un po’ disorientata e confusa. Ogni tanto m’incastro nei concetti che cerco di trasmettere ma me la cavo comunque con grandi sorrisi e, con inevitabile imbarazzo, motivo l’ingarbugliamento come la manifestazione tangibile degli effetti collaterali della terapia. Scrivo “sana” perché qui sta il punto: quando sei il protagonista di un evento drammatico acuisci sensibilità, la percezione cambia quindi anche il tuo modo di esprimerti. Il tuo punto di partenza è sempre lo stesso, sei sempre tu, quello che fino a un minuto prima non era definito “malato cronico” ma “sano”.

Che si tratti di un cancro, di una malattia rara o di un cambio di stile di vita, la questione non cambia. Ciò che cambia è il linguaggio, l’idioma, il gergo.

Mi stupisco quando alcuni amici in gravose difficoltà per accidenti altri dal cancro mi sussurrano ciò che provano. Non ne parlano apertamente, manco avessero colpe imperdonabili. Sussurrano con gran pudore senza notare che le nostre esperienze sono simili e io ne annuso tutte le affinità.

Il meccanismo simile al percorso dei cancherati si ha per coloro che vivono l’esperienza, per esempio, del fallimento economico. Anche queste persone fino a un momento prima pensavano al “gusto pieno della vita” e un momento dopo si ritrovano Equitalia nel letto. Restano soli in un vortice pieno di controsensi, rabbia, sconforto e di pensieri fissi che danzano un valzer sincopato.

Questi malati cronici di Equitalia vivono intensamente tutto ciò che capita loro e quando si aprono, assai raramente, sembrano i miei amici cancherati. A partire dal primissimo pensiero sulla strategia del suicidio o della fuga perfetti.

I cancherati, fra loro, parlano liberamente, ridono e sono esperti in freddure caustiche ed esilaranti. Un mondo di sguardi empatici e di sorrisetti, di pianti e abbracci stretti stretti, di battute accennate che rivelano un mondo di considerazioni e di chiacchiere dirette e spudorate. A volte si sta silenziosi, seduti impietriti in un bar o in un laboratorio, di fronte al caffè o con la cartella medica che pesa sulle ginocchia, e si prova empatia, si comunica in silenzio fra estranei. Assenza di parole e pienezza di condivisione. Gli altri, i non cancherati, non immaginano la leggerezza di questo linguaggio, la facilità e il senso di liberazione che si prova.

Le tensioni per le difficoltà che verranno e per quelle che si vivono sono comuni a molti eventi della vita. Anche i tarli, i pensieri fissi, le debolezze, lo sconforto e le lacrime sono le medesime. La cronicità, la vera malattia cronica, sta nell’intensità del silenzio cocciuto, nella vergogna di non parlare pensando di esser gli eletti del destino avverso, nell’immaginare di essere gli unici a voler prendere per le palle Equitalia e i medici tutti.

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breve vocabolario e definizioni

cànchero s. m. – Variante pop. di cancro2, usata più spesso nel sign. estens. e fig. di malanno, guaio in genere: non è persona che non abbia i suoi c.; e spec. come imprecazione: gli venisse un c.!ti pigliasse un c.!; o, isolato, come esclamazione:canchero! Anche, preoccupazione costante, idea fissa e tormentosa: coloro che hanno quel gusto di fare il maleci mettono più diligenzaci stanno dietro fino alla finenon prendono mai requieperché hanno quel cche li rode (Manzoni). Con altro senso fig., persona noiosa, che dà gran fastidio: ci è sempre tra i piedi,quel c.; meno com., di persona malaticcia o buona a nulla, di meccanismo che funziona male e sim. ◆ Dim. cancherino; accr. cancheróne; pegg.cancheràccio. (fonte: Treccani.it)

malattie croniche – Le malattie croniche si caratterizzano per il fatto di presentare sintomi che perdurano nel tempo, taltvolta in maniera costante e altre con fasi di remissione parziale e di riacutizzazione. Per queste malattie le terapie possono portare miglioramenti ma non sono risolutive. La malattie croniche possono essere tra loro molto diverse: cardiopatie, ictus, tumori, diabete, malattie respiratorie, malattie neurologiche e neurodegenerative, disturbi muscolo-scheletrici, difetti di vista e udito e alcune malattie genetiche, solo per citare alcuni esempi. Possono anche essere di origine virale, come AIDS ed l’epatite. Numericamente l’incidenza di queste patologie è di molto superiore a quella delle malattie rare. (fonte: malattiecroniche.it)

empatìa s. f. [comp. del gr. ἐν «in» e –patia, per calco del ted. Einfühlung (v.)]. – In psicologia, in generale, la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato, prevalentemente senza ricorso alla comunicazione verbale. Più in partic., il termine indica quei fenomeni di partecipazione intima e di immedesimazione attraverso i quali si realizzerebbe la comprensione estetica. (fonte: Treccani.it)

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4 commenti Aggiungi il tuo

  1. elinepal ha detto:

    Capisco entrambe le cose. Che chi non ha un cancro non possa “sentire” veramente ciò che racconti. E che ci sono tante situazioni assimilabili alla malattia cronica. Mi prende il panico al pensiero ma è così.

    1. ninjalaspia ha detto:

      Grazie per il commento. Mi fai felice, hai colto nel segno!

  2. tucancroiodonna ha detto:

    Empatia: qualita’ difficilmente riscontrabile nei medici.
    Cancerogene: agg. qualif. di grado positivo con il quale definisco le mie compagne di cordata. Es. “oggi esco con le mie amiche cancerogene”

    Adesso discorso serio. In una delle installazioni della mia “trama” ho inserito uno specchio in modo che chi guarda la scena (io che cammino e la gente che mi guarda) si possa chiedere se si trova nella posizione di chi e’ osservato o dell’osservatore. Tra i passanti fotografati c’era una mia amica, la quale, dopo alcuni giorni, mi ha confessato che anche lei ha provato la mia stessa sensazione quando, essendo disoccupata, si vergognava ad uscire di casa perche’ temeva che tutti le leggessero in faccia il suo stato.

    Morale delle chiacchiere: Ognuno di noi ha un cancro personale, particolare. A volte possiamo dire, noi cancerogeni, di essere fortunati perche’ possiamo identificarlo. E, come scrivi tu, prenderlo e prenderci in giro. Non abbiamo nulla da perdere. Se non la liberta’.

    1. ninjalaspia ha detto:

      Sacrosanto! 😉
      Ed è quasi un privilegio questa libertà.

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