Nenia

Sono giorni di lacrime che sgorgano non richieste e che, quando volute, gonfiano la gola tanto da sospendere il respiro.

Sono giorni di amarezza e apprensione. Dolore, spossatezza, infinita stanchezza.

Paura di svenire mentre passeggio e di non avere le energie per cercare soccorso. Chiedere aiuto come solo in una città si può fare non sono drogata, sto solo male, aiutatemi, è ancor più arduo. Resto sul marciapiede, seduta sul gradino di un negozio con il cane al guinzaglio che mi guarda attonito; attendo che la spossatezza ceda il passo alla libertà di tornare a casa con dignità.

Provo amarezza per la mancanza delle forze necessarie per fare la piccola e ordinaria spesa di ogni giorno. A reggere due sacchetti, mi percepisco come un’eroina dei film muti, minuta, in bianco e nero, con lo sguardo sgranato su un indefinito orizzonte. Procedo con passi brevi e veloci e, nel mentre, constato che, in effetti, la città è tutta in bianco e nero.

Proseguo cercando d’ignorare queste riflessioni. Smettila, ti stai annebbiando in pensieri insensati. Mi sgrido. E subito rammento che mi han detto che non posso sollevare un peso superiore ai due chili; giusto, penso, la spina dorsale fra un po’ mi tradirà. Sorrido perché nonostante tutto non posso e non voglio rinunciare ai tacchi alti. Trucco, tacchi e apparir normale.

Provo amarezza nell’attendere i vigili di zona per chieder loro di non darmi la multa se mi vedono con il cane libero. Sono ragazzi simpatici. Sa, dici, non posso portarlo più al guinzaglio, i dottori non vogliono perché la spina dorsale potrebbe spezzarsi. Sorridono e mi guardano con occhi dolci, sorrido a mia volta e abbasso lo sguardo. Mi sento in imbarazzo, mi vergogno per la loro dolcezza.

Provo rabbia e sgomento nel constatare quanto la protesi che mi ritrovo nel petto, così invadente e invasiva a deformare muscoli e pelle, sia fredda, priva di vita. Provo rabbia nel vedere riflessa la perduta simmetria per cui gli usitati movimenti nel vestirmi sono diventati oramai goffi, impacciati. Movimenti stentati e sgraziati nel mettermi una giacca, nel passare in un passaggio stretto, nell’entrare in auto quando è parcheggiata stretta stretta ad altre lamiere.

E quell’odioso rumore del bottone della giacca a vento che si apre proprio lì, sul seno, eppure era un modellino tanto bello, meno male che l’inverno è quasi finito. È un fulmine, penso alla bella stagione, m’immagino, mi vedo e spero che l’inverno non termini. Non amo la montagna estiva, proprio non la amo. Ci penserò, ora non ne ho voglia. E proseguo con il desiderio di nuotare nel mio mare, ne sento l’odore e la consistenza.

M’imbroglio sul e nel mio corpo così impacciata da ridere e ridere e ridere e piangere e ridere. I maglioni stringono evidenziando un profilo da maggiorata e penso a Sofia Loren, non le assomiglio, proprio no, lei è tutta naturale quindi saprà come muoversi. Rido. Mi chiedo come facciano quelle strane creature che non solo desiderano ma pagano per finire sotto il bisturi che le porteranno a tanta ingombrante materia. I maglioni che una volta accarezzavano il corpo ora stringono e sembro la donna che mai avrei immaginato di apparire.

Guardandomi allo specchio sollevo lo sguardo verso gli occhi e mi chiedo se potrò ancora fare le cose che facevo, se avrò ancora la stessa leggerezza.

Abbasso lo sguardo accarezzando la felpa “a pelle” così femminile che ora chiudo solo arcuando la schiena e lì osservo la cerniera finalmente serrata che, storta, sembra il sentiero di un campo di montagna. Metto un bel foulard sulla felpa, che cattivo gusto, penso, ma intanto è inverno, chi vedrà mai la felpa! Mi spoglio e apro nuovamente l’armadio sapendo che nulla mi vestirà più come prima. Nulla. Mai più.

Ho il timore che il dolore che lacera, sempre a tradimento, schiena, braccio e ascella persista compromettendo qualunque momento del vivere. È accaduto proprio stamane, durante l’inconsapevole e allegro stiracchiamento della veglia. Il sorriso si spegne e una smorfia prende il suo posto.

Il tarlo del cancro e delle malattie degenerative come l’osteoporosi, è qui. Sospensione di pensieri e prospettive. Il tarlo e la paura che pregnano la consapevolezza che il giorno in cui il cancro o altro si ripresenterà rinvigorito, non avrò né le energie né la volontà di affrontare le terapie. Vere brutture imposte da coloro che non conoscono la zona d’ombra.

Il cancro è Natura, non è naturale soffrire per evitarlo. Mi ripeto di continuo, una nenia.

11 Comments Add yours

  1. masticone scrive:

    Smetti di vergognarti che altrimenti vengo la e ti prendo a sberle

    1. ninjalaspia scrive:

      non è vergogna, è sgomento condito con un pizzico abbondante di rabbia. Ti aspetto pronta a rispondere alle sberle😉

      1. masticone scrive:

        È vinci anche perché tu sei manesca e io no.

        1. ninjalaspia scrive:

          Di secondo nome faccio Pentesilea, ma no dirlo a nessuno

          1. masticone scrive:

            prometto che non sarò il tuo Achille

  2. tucancroiodonna scrive:

    Non ho più paura degli specchi

    Non ho più paura degli specchi nei quali vedo il segno dell’Amazzone, che scaglia frecce.

    Vi è una sottile linea rossa che attraversa il mio torace,

    lì dove era entrato un coltello, adesso

    un ramo circonda la cicatrice e si porta dal braccio al cuore.

    Un ramo coperto di verdi foglie dove appesa è l’uva e vi appare un uccello.

    Sento che quello che cresce in me adesso è vitale e non mi

    nuoce. Penso che l’uccello stia cantando,

    poco m’importa di alcune mie ferite.

    Ho disegnato il mio seno con la cura riservata ad un mosaico

    miniato.

    Non mi vergogno di fare l’amore. L’amore è una battaglia

    che posso vincere.

    Ho il corpo di un guerriero che non uccide né ferisce.

    Sul libro del mio corpo per sempre ho inciso un albero.

    (Deena Metzger)

  3. tucancroiodonna scrive:

    Lo so, quello che si prova… quando si va in giro col terrore che il reggiseno si sganci e faccia volare la protesi sul pavimento… quando anche solo allacciarti le scarpe provoca dolori e fitte… e quando non ti accorgi piu’ di avere la spalla bagnata… e senti degli spilli costantemente puntati sul braccio… e non puoi indossare canottiere scollate… e sei costretta a farti aprire la porta… e fare la retromarcia diventa insopportabile… MA, TI ASSICURO, PASSA… PASSA… E gioirai quando sentirai che saltellare non ti fara’ piu’ male, quando il tuo braccio fara’ ampie circonduzioni, quando tornerai ad indossare i vestitini estivi…
    ASPETTO la tua gioia quando riprenderai a fare la spesa, quando saluterai saltellando i vigili, quando comincerai a ballare… ASPETTO, SO CHE ARRIVERA’. Te lo assicuro, per esperienza. Un abbraccio forte (lo so… lo so che ora fanno male anche questi!!!!)

    1. ninjalaspia scrive:

      Sì, molto. Sono liberatori, assoluti, meravigliosi, totali e doloroso è anche non riuscire ad abbracciare così chi non parla questo dolore e che ti abbraccia con lo sguardo della paura solo perché vede in te ciò che paventa. Ma il tuo abbraccio, amica mia, non è così e ballerò anche io con te. Lo farò!
      Di tutto la pena maggiore è lo stordimento, non esser più me stessa, esposta in una dimensione che mi lascia minuto dopo minuto attonita.
      Grazie per esserci

  4. elinepal scrive:

    ballate e poi ballate ancora, donne coraggiose e belle. nessun abbraccio può togliere sgomento o dolore. ma tante donne come voi hanno lottato e stanno lottando e il vostro coraggio nel raccontare cosa si vive è fondamentale.

    1. ninjalaspia scrive:

      Empatia, rara, grazie!

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